Lo struggimento di Lucrezio

La nostalgia che traspare dalla sua poesia è segno dell’eterno che il cuore brama. PIGI COLOGNESI riecheggia Giovanni Reale e libera il poeta dal bollino di epicureo

20.09.2012 - Pierluigi Colognesi
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Immagine d'archivio

Lucrezio è parecchio di moda. Da molti mesi, con una sistematicità che fa pensare al tacito accordo di una scuola di pensiero, l’autore del De rerum natura viene esaltato come il maestro che sa leggere più di altri la condizione umana. Come noto, il poema lucreziano – l’unica opera che ci sia rimasta di questo autore latino del primo secolo avanti Cristo, della cui vita sappiamo poco o nulla – è una esposizione in versi della filosofia di Epicuro. Di essa i nuovi esaltatori di Lucrezio evidenziano con enfasi il materialismo: tutta la realtà non è nient’altro che l’incontro casuale di atomi invisibili e anche l’uomo è una provvisoria connessione di queste particelle infinitesimali che la morte di nuovo disgrega per future imprevedibili composizioni. L’uomo possiede sì anche un’“anima”, luogo delle sue espressioni più alte come il pensiero, però questa stessa anima è composta di atomi e, come il corpo, si dissolverà: “Ammettere dunque si deve che intera si dissipa / la sostanza dell’anima, simile al fumo, / nell’alte regioni dell’aria“, “Quando il corpo perisce, anche l’anima / devi creder che muore, straziata nel corpo“, scrive il poeta.

Lucrezio sarebbe, dunque, moderno perché riconduce a pura materia gli aspetti dell’uomo che una lunghissima tradizione attribuisce allo “spirito”, cioè a qualcosa di totalmente irriducibile alla materialità. Così, ad esempio, lo si fa passare per antesignano delle ricerche neuropsicologiche per cui sentimenti, volizioni, pensieri non sarebbero altro che particolari composizioni dei nostri neuroni. La scienza sperimentabile starebbe quindi a “dimostrare” l’inconfutabilità del materialismo descritto dall’antico poeta e la falsità di ogni diversa interpretazione del reale umano (comprese quelle delle religioni; anzi soprattutto quelle).

Colpisce che nelle svariate ricostruzioni del pensiero di Lucrezio che ho avuto modo di leggere nelle pagine culturali dei quotidiani nei mesi recenti, la conclusione appena ricordata viene presentata con una malcelata soddisfazione, come di uno che finalmente si è liberato di un gran peso nell’accorgersi di essere un composto casuale destinato a disintegrarsi. Per Lucrezio non era affatto così. Tutto il suo poema è venato da una profonda tristezza, da una latente angoscia e proprio in questo soprassalto di consapevolezza, che solo la poesia sa esprimere, molti studiosi hanno visto la sua novità rispetto al freddo argomentare del suo maestro Epicuro.

Il tono, le immagini, gli scatti improvvisi del De rerum natura mostrano che la conclusione materialista, anche quando teoricamente affermata, non è soddisfacente. Basta leggere come Lucrezio parla della morte. “Non è niente per noi” scrive, perché il saggio sa che si tratta solo del “naturale” separarsi degli atomi che lo costituiscono. Eppure aggiunge: “Perché una smania atroce di vivere ci fa trepidare / tanto nei pericoli incerti della fortuna?“. Commenta Giovanni Reale: “Proprio con la forza della sua poesia Lucrezio dice l’immedicabile desiderio che l’uomo ha di eterno, e dice, proprio contro le argomentazioni che adduce, che non c’è modo di dar senso ad una vita che sia solo una breve stagione fatta per il nulla“. È proprio quest’ultima, quasi inconsapevole, lealtà con proprio desiderio che fa grande la poesia di Lucrezio. E minuscola l’algida esaltazione che ne fanno troppi suoi fan di oggi.

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