Un Agio per l’editoria online

- Angelo Maria Perrino

ANGELO MARIA PERRINO propone di creare un’associazione di settore, che potrebbe chiamarsi Agio e che raggruppi tutti i giornali online e si incarichi di rappresentarne le istanze nei tavoli

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Onore al merito (bisticcio di parole) di Nicolò Boggian e del Forum della meritocrazia, per aver meritoriamente posto al centro di questo convegno (“Il merito nell’informazione“, che si terrà a Milano il 28 settembre) il mondo dell’informazione. E il merito nel mondo dell’informazione, che in verità scarseggia. Onore al merito perché i giornali non amano parlare di se stessi e della propria cucina e i panni sporchi preferiscono lavarseli in casa. Sicché non accadrà mai, potete star certi, che sui giornali, a parte le scaramucce quotidiane e le ditate negli occhi personalistiche o di cordata, si entri seriamente “nel merito” e si problematizzi il mondo dell’informazione con analisi approfondite e buoni ragionamenti. Del resto, come osservava Stendhal, un buon ragionamento offende…Quindi…

Vediamo allora, con un ragionamento nuovo che spero non offenda nessuno, di entrare nel merito della questione del merito (e non della meritocrazia, che è parola che non amo per un suo intrinseco, etimologico riferimento al comando) nell’informazione in Italia. C’era una volta, in Italia, l’editoria indipendente, gestita da editori puri e giornalisti liberi e molto fieri e gelosi della propria autonomia. Ora l’editoria indipendente non c’è più, liquefatta, sequestrata, archiviata. Possibile? Sì, certo possibilissimo. Tutto è accaduto nei primi anni ’80, in modo violento e aggressivo, tra battaglie campali, carte bollate e tintinnar di manette.

Cacciate o autodissoltesi le grandi famiglie dell’editoria (i Mondadori, i Rizzoli, i Rusconi), la proprietà dei grandi giornali è finita in mano a mondi lontani ed estranei, imprenditoriali e finanziari: da De Benedetti (gruppo Repubblica-Espresso) a Berlusconi (Il Giornale e la Mondadori), da Caltagirone (Messaggero e locali), alla Confindustria (Il Sole-24 Ore) alla Fiat (La Stampa), da Mediobanca a Banca Intesa, da Della Valle ai neoentranti Unipol Coop, sostituti del fallito gruppo Ligresti nel salotto non tanto buono della Rcs. Né la situazione è migliore nel comparto televisivo, dove il duopolio Rai-Mediaset, ribattezzato Raiset, l’ha fatta da padrona negli ultimi vent’anni nell’audience e nei ricavi pubblicitari, lasciando agli altri broadcaster briciole di advertising e ruoli e spazi modesti.

Questo abbrutimento, dicevo, si diffuse come un tumore maligno a metà degli anni ’80, con la battaglia tra De Benedetti e Berlusconi, espressioni rispettivamente della Dc di Ciriaco De Mita e del Psi di Bettino Craxi, in acerrima lotta tra di loro per il predominio politico, che passava anche per il controllo della grande conglomerata Mondadori-Espresso. E con la scalata vincente della loggia massonica P2 di Licio Gelli alla Rcs-Corriere della Sera. Caddero così storici presidi di editoria pura e si diffuse come un virus quella brutta galleria di giornali e giornalisti Comprati e Venduti (come sintetizzò bene Giampaolo Pansa in un suo libro-denuncia) che ancora oggi produce i suoi effetti devastanti in termini di riduzione (o addirittura, secondo alcuni, di scomparsa) della libertà di stampa, uno dei valori di base di una moderna società civile e democratica.

Risultato: giornali (e telegiornali), violentati, stuprati nella loro autonomia dai nuovi padroni della finanza, che hanno di fatto e progressivamente dovuto rinunciare alla loro mission – quella di informare con obiettività e completezza la pubblica opinione e fare da cane da guardia del Potere – per trasformarsi nascostamente, secondo i desiderata aggressivi e senza scrupoli dei finanzieri-editori, in strumenti di lotta e di lobbing di fazioni industriali e clan politici in lotta tra di loro per il potere. E’ stato così, quindi, che il famoso Merito nell’editoria è andato a farsi benedire, sostituito da una skill molto più ricercata, ossia la fedeltà di cordata: si fa carriera se si assecondano surrettiziamente non già e non più gli interessi del lettore, ma quelli del padrone.

Poi però, per fortuna, a sparigliare tutti i giochi e a rimescolare le carte a metà degli anni ’90, è arrivata come un terremoto Internet, la rete delle reti. Una bomba, una rivoluzione profonda e pervasiva tuttora in corso e dagli esiti imprevisti e imprevedibili, che ha riaperto tutti i giochi rompendo la cappa di comformismo e opportunismo impadronitasi dell’editoria italiana. La grande rete ha rappresentato, in sostanza, la straordinaria possibilità di produrre e distribuire l’informazione in modo diverso: in tempo reale, senza limiti di spazio, low cost e interattiva, ossia con la partecipazione dei lettori, non più relegati, come in passato, nel ghetto delle Lettere al direttore, ma protagonisti e coproduttori dei contenuti dell’ informazione. E’ finita così la rendita di posizione dei marchi storici dell’editoria e si sono aperti molti spazi potenziali per nuovi soggetti editoriali, non compromessi, né contaminati, indipendenti, liberi.

Tutto a posto,dunque? Niente affatto. Gli spazi ci sono e la domanda di nuova informazione da parte del pubblico anche. Ma tra il dire e il fare…cos’è che non va? Scarseggiano le nuove iniziative editoriali e giornalistiche, i progetti imprenditoriali, gli investimenti coraggiosi, le idee creative, i personaggi originali e sanamente anticonformisti.

Sono rari, insomma, i casi come quello di Affaritaliani.it, il primo quotidiano online, in rete dall’11 aprile 1996 (data della registrazione della prima testata esclusivamente internettiana in Europa)oggi in grado di competere con le grandi testate storiche dell’editoria italiana. Perché, pur essendosi create con Internet, le condizioni per il proliferare di nuovi giornali, il bilancio delle nuove iniziative è così magro e asfittico? Semplice: perché non vi sono le condizioni generali – e di sistema – favorevoli; manca cioè il clima adatto alla semina di nuove iniziative e alla nascita e al consolidamento di nuovi giornali digitali. Il mercato pubbicitario solo ora, emancipatosi dagli obblighi totalizzanti del duopolio Raiset, comincia a guardarsi intorno e a scoprire che ormai Internet conta più utenti della vecchia tv. Anzi, la Rete offre strumenti molto più precisi di segmentazione e di ritorno dell’investimento pubblicitario aziendale.

Risulta perciò difficile per i pianificatori dei centri media, i gestori pressoché sconosciuti al grande pubblico dei grandi budget di investimento in advertising, e veri detentori del potere di vita o di morte dei giornali, continuare a ignorare internet, a cui, in questi vent’anni, hanno destinato solo le briciole della grande torta dello spot. E insieme con la carenza degli investimenti pubblicitari, mancano le condizioni propizie all’affermarsi di buone pratiche ispirate al coraggio imprenditoriale e manageriale, al rischio e al merito. Tanti piccoli giornali, curatissimi e molto ben fatti, vivono una breve vita grama e clandestina, oberati da oneri e vincoli legislativi, burocratici, fiscali, sindacali, previdenziali asfissianti. Sicché prima o poi ammainano le bandiere e gettano la spugna. Ecco, è qui che bisogna intervenire per mettere insieme una diagnosi corretta e una terapia vincente.

Devono farlo tutti, gli editori e i giornalisti, i manager e i sindacalisti, gli investitori pubblicitari e i centri media. E anche i lettori devono far sentire la loro voce, incentivando la qualità e scoraggiando la fuffa. Ma soprattutto devono focalizzarsi le istituzioni, il governo e il parlamento, la politica, varando un pacchetto molto impattante di iniziative incisive e urgenti, magari da inserire, proprio per far presto, nel famoso pacchetto start-up, di cui parla (per ora solo a parole) il ministro dello sviluppo Corrado Passera.

Sulla base di una lunga esperienza alcune misure concrete a favore di nuove testate registrate ci permettiamo di proporle:

Meno tasse, specie nei primi anni di vita della neo-impresa editoriale, con abbattimento di Iva, Irap e Irpeg;

Meno contributi previdenziali,magari sui nuovi assunti, specie se inoccupati o sottoccupati;

Estensione delle stesse agevolazioni tariffarie già previste per l’editoria tradizionale;

Incentivi fiscali alle fusioni e alle aggregazioni;

Credito agevolato per le nuove imprese;

Creazione di un fondo pubblico di venture capital;

-inclusione delle testate online tra le testate che possono ospitare la pubblicità legale e finanziaria;

Allegato stralcio al contratto nazionale di lavoro giornalistico che tenga conto delle specificità del lavoro nelle testate online.

Queste misure possono davvero scuotere il torpore finora prevalente e stimolare la nascita dei Mondadori e Rizzoli del terzo millennio. Sarebbe un cospicuo valore aggiunto per l’intero Paese, visto che la presenza di tanti giornali indipendenti incrementerebbe il tasso di trasparenza e pluralismo del sistema e favorirebbe nuove narrazioni, nuove gerarchie delle notizie ed elaborazioni dei significati, premesse indispensabili per quell’ormai ineludibile cambiamento e rinnovamento anche di classe dirigente di un Paese allo stremo, ma pronto a quella svolta etico-politica alla quale una pluralità di nuovi soggetti editoriali certamente possono liberamente e autorevolmente concorrere.

Ma è necessario che il comparto sia adeguatamente rappresentato in tutti i tavoli istituzionali, sindacali, commerciali, normativi, in cui si assumono decisioni importanti per il funzionamento della nuova editoria digitale, finora ignorata proprio perché semiclandestina e senza voce. E’ necessario, cioè, che il comparto della nuova editoria digitale acquisisca la forza e il peso che merita. Ecco perché pensiamo sia maturo il tempo per lanciare – oggi, da questo pulpito del merito e del talento – un’associazione di settore che raggruppi tutti i giornali online e si incarichi di rappresentarne le istanze nei suddetti tavoli. Potrebbe chiamarsi appunto Agio, ossia Associazione giornali online.

Sicché, se stamane questo meeting rappresentasse la posa della prima pietra e dunque la nascita di una casa comune dei giornali online, esso avrebbe assolto a una funzione storica e tutti noi avremmo acquisito oggi un grande Merito. Grazie e ad maiora.



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