Stiamo con Seneca o san Paolo?

Rientrati dalle vacanze dobbiamo rassegnarsi a sopportare le circostanze che ci soffocano oppure si può essere liberi e ripartire? Il punto è come usiamo la ragione. Lo dice FERNANDO DE HARO

04.09.2012 - Fernando De Haro
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Un particolare della statua raffigurante l'apostolo davanti a San Paolo fuori le Mura a Roma

Ormai è una consuetudine: ogni anno le estati diventano sempre più corte. Da un lato, la situazione di crisi economica ha contribuito a ridurre – e in certi casi addirittura a sopprimere – quei periodi di vacanza in cui si stava un po’ a casa dopo lunga assenza, tanto che i mobili e le pareti sembravano estranei. Dall’altro, le nuove tecnologie mettono a disposizione notizie dappertutto. Così che è difficile parlare di un vero e proprio rientro dalle vacanze. Tuttavia, anche se un po’ di pausa estiva c’è stata nell’emisfero nord del pianeta, è inevitabile tornare a guardare le sfide che l’imminente autunno ci riserva.

Gli ultimi dati sulla disoccupazione dimostrano che la crisi è lungi dall’essere superata sia in Europa sia negli Stati Uniti. Lo Zio Sam ha un tasso di disoccupazione superiore all’8%; il presidente della Federal reserve Ben Bernanke ha parlato di stagnazione nel mercato del lavoro; e la questione è molto discussa nella campagna per le presidenziali, che dominerà l’attualità delle prossime settimane. Obama termina il suo primo mandato logoro come politico e come progetto. Sta giocando il confronto con lo sfidante appoggiandosi a proposte radicali come il matrimonio omosessuale. Sulla politica economica ha fatto segnare qualche acuto – come quando ha proposto una maggiore iniezione di liquidità monetaria, recuperando consensi – però non ha mai definito un percorso chiaro per avviare una solida ripresa. Non che i repubblicani stiano molto meglio: il candidato alla vicepresindeza Paul Ryan, che è chiamato ad occuparsi della politica economica, si è limitato a proporre di abbassare le tasse e di ridurre il peso dello stato per uscire dalla crisi. Non un’idea poi così originale.

Sull’altro lato dell’Atlantico, il Vecchio continente mantiene la disoccupazione sopra l’11%. L’unico appuntamento rilevante all’orizzonte è l’Ecofin informale che si terrà il 14 settembre a Nicosia. Dovrà poi essere dato il via libera all’acquisto del debito da parte del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf); una decisione che permetterà di alleviare le situazioni insostenibili di Spagna e Italia. Anche se prima occorre superare le resistenze della Bundesbank. Si tratta di un intervento necessario ma temporaneo. L’Unione europea, infatti, sta manifestando sintomi evidenti di logoramento nella costruzione di un progetto comune. La fatica politica in Spagna e Italia si sta mostrando in modi differenti. In Spagna un governo che ha la maggioranza assoluta non riesce a condurre moralmente il cambiamento necessario. In Italia, invece, i vecchi partiti sono incapaci di offrire una soluzione alternativa alla quella dei tecnici e di Monti. Come ha ricordato Massimo Borghesi, “dopo l’89 e dopo l’euforia di un liberalismo nel mercato considerato come una panacea universale, l’idea della ‘fine della storia’ ha prodotto una sterilità ideale e concettuale senza precedenti” (La sfida del cambiamento, 2012).

Forse la “sterilità ideale” in politica non è altro che il riflesso di una sterilità ideale sociale e personale che si manifesta nel mondo di concepire la realtà. E il rientro dalle vacanze non fa altro che accentuare questa concezione. Almeno così ha confessato qualche giorno fa la politica catalana di sinistra Pilar Rasola. In un articolo de La Vanguardia, Rasola ha assicurato che “il rientro dopo aver goduto delle vacanze ha il sapore di un déjà vu, di un insopportabile flashback che ci riporta ancora e ancora alla deplorabile realtà che ci attanaglia e ci soffoca”. Rasola ha confessato di aver trascorso l’estate leggendo il De brevitate vitae di Seneca e per questo proponeva quello dello stoico romano come un modello di vita buona.

Non ci resta altro che una “saggia rassegnazione” per far fronte alla realtà che ci soffoca? Questa è la domanda decisiva. Perché la questione, anche in economia, è quella di recuperare un uso della ragione capace di concepire la realtà come qualcosa più che una mera morsa soffocante. Buona parte della stanchezza della ragione sociale che si manifesta con la crisi è, infatti, prodotta dall’attaccamento a vecchi schemi ideologici. Ci arrabbiamo perché le cose non sono più come prima e ci lasciamo prendere da una pigrizia che ci impedisce di ripensare il welfare state, di localizzare nuove opportunità, di rischiare e innovare. Tutte quelle realtà che rimangono vive davanti alla brutalità della crisi – che ci sono –, nell’imprenditoria, nel non profit e nella società, sono animate da una domanda che non si rassegna agli spazi e alle pareti solite.

Quando Seneca era all’apice della sua carriera ed era ben visto alla Corte di Nerone arrivò a Roma un ebreo straniero. È possibile che il grande filosofo romano e Paolo di Tarso, questo era il suo nome, si siano incontrati. A loro si attribuisce anche uno scambio di lettere. La storia ha visto raramente l’incontro di due simili portenti di tal calibro. Uno trovò l’equilibrio nel pensiero, l’altro è sempre stato un uomo ferito. Per Paolo la realtà non era mai solo quello che appariva ai sui occhi e per questo non soffocava. Confidava così tanto nella capacità della ragione che gli attribuì il potere e la responsabilità di conoscere l’esistenza del mistero di Dio (Rom 1, 18-25). È la stessa concezione di ragione che durante il Medioevo ha posto le basi dell’età moderna, ed è anche la più conveniente per un buon rientro.

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