2013, le sfide di un nuovo anno

- Fernando De Haro

Il 2013 comincia, ma il XXI secolo non è ancora incominciato. Nonostante il passare degli anni, non c’è stato un cambiamento significativo nelle diverse parti del mondo globalizzato

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Il 2013 è ormai arrivato, ma il secolo non è ancora incominciato. Il XX secolo è iniziato tardi, con la guerra del 1914, e si è chiuso presto, con la caduta del muro di Berlino nel 1989. Passano gli anni, ma questo XXI secolo non ha ancora acquisito una personalità definita. C’era sembrato che l’attentato alle Torri Gemelle avesse segnato l’inizio di una nuova era: senza dubbio ha provocato un grande sconvolgimento, ma il ritiro delle truppe dall’Iraq e l’imminente uscita dall’Afghanistan mostrano fino a che punto tutto è rimasto uguale. La presenza occidentale nella zona è servita a poco, se non a peggiorare la situazione.

L’anno che ci siamo lasciati alle spalle prometteva novità in due dei poli più influenti del mondo, Stati Uniti e Cina. Il XVIII Congresso del Partito comunista cinese, in cui Xi Jiping ha preso il posto di Hu Jintao, non ha portato ad alcuna apertura. Nei prossimi decenni il mondo sarà molto più asiatico, cioè più cinese. Col passare del tempo diventano più evidenti le debolezze di un’economia basata sul capitalismo di Stato. Sappiamo che il regime è profondamente corrotto e che la crescita negli ultimi anni ha aumentato la disuguaglianza. Le proteste sociali proseguono, ma non ci sono progressi sul terreno delle libertà. E la Chiesa non fa eccezione: le speranze emerse alcuni anni fa sono state infrante. Il discorso di Benedetto XVI il 25 dicembre, in cui ha chiesto il rispetto dei diritti dei credenti, dice fino a che punto la situazione è grave.

Avremo più Cina sul pianeta, il che significa più comunismo, un regime e un’ideologia del XX secolo che agli europei sembra superata, ma che ha ancora molta importanza. La grande incognita è se il crescente peso dell’India, la più grande democrazia del mondo, potrà controbilanciare il totalitarismo giallo. L’India è un subcontinente e non ha ancora risolto la minaccia di un nazionalismo indù distruttivo.

La campagna elettorale americana ci ha mostrato fino a che punto i riferimenti politici si sono svuotati in questo Paese. La crescente polarizzazione tra Repubblicani e Democratici non ha generato alcuna novità, anzi. Fortunatamente c’è un consenso nell’attuare una politica monetaria che inietti liquidità nel sistema e questo mantiene sotto controllo la crisi scoppiata con i subprime, senza che però sia stata superata.

I Repubblicani sono ko, ripetono le formule di Reagan e non si sono resi conto che il Paese è cambiato e che è sempre più nelle mani degli ispanici. I negoziati per evitare il fiscal cliff hanno mostrato fino a che punto Obama deve trattare prima di poter cominciare il suo secondo mandato. Da pochi presidenti ci si aspettava tanto e in pochi hanno dato così poco. Obama non ha vinto le elezioni, è stato Romney a perderle. Il Presidente non ha idee: l’unica bandiera che ha mostrato con chiarezza è quella di un radicalismo all’europea, che comprende il matrimonio omosessuale e la limitazione della libertà religiosa.

Nel 2012 il matrimonio omosessuale ha unito il conservatore Cameron e la sinistra francese di Hollande. Gli ultimi dodici mesi hanno accresciuto lo svuotamento ideologico della sinistra e della destra europee. La grande promessa della Big society inglese si è sgonfiata. La vittoria di Hollande a maggio per molti ha significato la speranza che una socialdemocrazia rinnovata potesse portare qualcosa di nuovo. Ma in pochi mesi il Presidente ha mostrato di non avere nulla sotto il braccio, se non un rancido radicalismo.

Nel Vecchio Continente non ci sono idee o alternative chiare a una dissoluzione del welfare. Anche se la globalizzazione lo ha reso insostenibile, l’opinione pubblica vi si aggrappa senza voler vedere la realtà. Resta solo il progetto dell’Unione europea, quasi esclusivamente gestito dalla Germania, secondo i suoi criteri monetari e i suoi dogmi economici. L’ultimo Consiglio europeo dell’anno ha mostrato in che modo e a quale ritmo crescerà l’Unione: la Germania alla fine ha accettato la necessaria unione bancaria, ma con ritardi ed escludendo dalla supervisione le sue Landesbank. Più che seguire un modello ideale, l’Europa segue il subconscio postbellico tedesco erettosi a sistema: meglio questo che niente.

Nel 2012 il XXI secolo non è cominciato nemmeno nel quarto polo del Pianeta: il Medio Oriente e il mondo arabo. La primavera del 2011 annunciava un cambio di protagonisti: i giovani, le classi colte, che erano affamate e per qualche mese hanno occupato la scena. Ma quanto successo in Egitto e in Siria ha rivelato fino a che punto le trasformazioni profonde abbiano bisogno di tempo. Il referendum costituzionale di dicembre nella terra dei faraoni ha confermato che Mubarak è stato sostituito da un’alleanza tra i Fratelli Musulmani e i salafiti che non porterà ad alcuna apertura democratica. La guerra civile in Siria non è una guerra di liberazione, è la guerra di sempre tra sunniti e sciiti, tra Arabia Saudita e Iran. L’emigrazione massiccia dei cristiani non è un aneddoto: significa riduzione del pluralismo e avanzamento di un Islam politico e ideologico a danno dell’Islam del popolo, quello davvero religioso.

L’anno scorso è emerso con chiarezza un quinto polo. L’America Latina ha richiamato l’attenzione del mondo grazie a una notevole crescita economica: Messico e Brasile si ergono come locomotive. Sembrano essersi lasciati alle spalle la sbornia ideologica degli anni ‘80 e mostrano vigore e freschezza sociale. Ma la vittoria del Partito rivoluzionario istituzionale in Messico continua a lasciare un grande interrogativo sulla debole democrazia del gigante centroamericano: la violenza e la disuguaglianza sono due fardelli pesanti.

In questo mondo multipolare e in questo secolo privo di grandi sistemi di pensiero che servano da riferimento, acquisiscono una certa attualità le parole scritte da MacIntyre alla fine della sua opera “Dopo la virtù”: «È sempre rischioso tracciare paralleli troppo precisi fra un periodo storico e un altro […]. Tuttavia certi parallelismi esistono. Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero […] fu la costruzione di nuove forme di comunità». È come dire che allora come oggi è il tempo della persona. La persona, accompagnata in una comunità, è quella che può prendere l’iniziativa e costruire in questo secolo non ancora nato.

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