Casa nostra

- Giuseppe Frangi

L’imposta sugli immobili – così com’è – non piace davvero a nessuno. Ma cosa significa avere una tassa sulla casa? Non per tutti è la stessa cosa. Ne parla GIUSEPPE FRANGI

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Immagine di archivio

Dunque, la super tassa sulla casa che gli italiani hanno appena finito di pagare, non piace neanche a chi ce l’avrebbe “imposta”. È questa, sinteticamente, la morale che si può trarre dalla bocciatura arrivata l’altro ieri dalla Commissione europea per la nuova Imu: una tassa che secondo Bruxelles, manca di progressività e che quindi invece di avere un effetto redistributivo è destinata a far crescere la povertà in Italia. Perché si sia generato un effetto così perverso lo ha spiegato bene ieri su queste pagine Luca Antonini. Il risultato è che con l’assegno di 24 miliardi staccato dai contribuenti italiani a dicembre il nostro paese ha agguantato anche l’ultimo record che gli mancava, come evidenziava una tabella in prima pagina sul Sole: oltre ad aver la più alta tassazione sulle imprese (68,3% di pressione fiscale media), sui redditi delle persone fisiche (38,6%), ora siamo quasi leader anche nelle tasse sulla casa (con il 7,1%; Stati Uniti a parte, solo il Regno Unito ci sopravanza di un soffio con il 7,2%). Ma la tassa sulla casa nella maggior parte dei paesi che hanno percentuali vicine alle nostre comprendono anche una parte dei servizi coperti dallo Stato (ad esempio la raccolta rifiuti).

Ci eravamo lasciati a fine 2012 contando i danni dell’Imu per quanto riguarda il non profit, quando anche la grande stampa, dopo mesi di veleni sui presunti privilegi per la Chiesa, aveva candidamente scoperto che anche chi fa laicissima ricerca scientifica non profit ad esempio sulle leucemie, doveva pagare tasse salate per le sedi in cui le ricerche stesse vengono fatte. In sostanza, si scopriva che l’Imu alla fine era una tassa sulla pelle dei malati…

Ora ad anno iniziato ci ritroviamo con davanti un quadro ancor più confuso. A parte che a dispetto del nome (imposta “municipale”), dei 24 miliardi raccolti solo 14,8 restano ai comuni mentre quasi 9 finiscono allo Stato. A parte questo paradosso, si è scoperto che in certi casi si tratta di un’imposta “regressiva”, che cioè diminuisce con il salire della base imponibile, come ha spiegato Eugenio Fatigante dalle colonne di Avvenire: «È stato calcolato che i proprietari di altri immobili finiscono con il guadagnarci rispetto alla vecchia tassazione. Per loro l’Imu è un’imposta anti progressiva: più sono ricchi e meno pagano». E questo per il meccanismo inserito nella versione Monti, che prevede per le seconde case non affittate che il tributo assorba la tassazione Irpef. 

All’opposto abbiamo assistito a tante storie di persone anziane che dopo aver comperato la casa con grandi sacrifici negli anni della crescita economica, oggi scoprono di non aver risorse sufficienti per poterla mantenere. Una ricchezza in sostanza viene trasformata in fattore di indebitamento e quindi di povertà (e questo è alla radice del boom, davvero triste, della vendita della nuda proprietà).

Ovviamente saranno politici e tecnici di chi prenderà le redini del Paese a dover affrontare questo pasticcio, magari ripartendo da quella riforma del Catasto che avrebbe forse evitato i paradossi cui ci troviamo di fronte. Comunque sia, bisognerà tenere presente un dato di realtà: la casa di proprietà è un fattore di stabilità per le famiglie italiane e quindi indirettamente è stata una garanzia perché la crisi non avesse conseguenze sociali e umane molto più drammatiche. Il nostro è un paese in cui il 79,1% delle famiglie vive in casa di proprietà, con una percentuale che sale addirittura all’85% al sud. Tutte famiglie, “naturaliter previdenti”, che in questi tempi difficili si sono trovate per lo meno alleggerite dal costo di un affitto. Facciamo di tutto perché non se ne debbano pentire…



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