Quel vecchio che ci fa amare

- Giovanni Musazzi

La vecchia, spiega GIOVANNI MUSAZZI, anche se in Europa viene considerate con timore, considerando la scarsa natalità, è una risorsa che può aiutarci ad amare la realtà

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«C´è un vecchio nella tua vita» è il titolo di una nota Conversazione a tavola di don Giussani, in cui questi affermava una grande verità per la vita di ogni uomo: la stabilità della vita, una affettività sicura, una sicurezza dell’esistenza sono sempre mediate dalla presenza di qualcuno che ci precede e ci accompagna. Un vecchio, per esempio. Questo “vecchio”, che è padre e punto stabile di riferimento, lo è nella misura in cui ci mostra chi è veramente Padre, chi è Dio.

Per chi vive in Europa, la parola vecchio non è strana, anche se oggi si preferisce il termine anziano. Da secoli il nostro è il “Vecchio Continente”, in contrapposizione al “Nuovo Continente” al di là dell’oceano. È anche vero che questo termine è sempre di più descrittivo di una realtà: l’Europa è un continente che sta invecchiando. Ciò è visto normalmente nella sua connotazione negativa per il fatto che l’aumento della speranza di vita non è controbilanciato da un ragionevole aumento delle nascite. È indubbio che questo sia un problema estremamente grave, che apre tante domande. La presenza di tanti anziani è allora da considerare solo come un problema che porta con sé altri problemi? Penso di no: possiamo vedere nei “vecchi” che ci circondano una risorsa.

Nella mia esperienza di sacerdote, impegnato in parrocchia, mi trovo spesso a contatto con persone anziane. Mi stupisce sempre il desiderio di santità che le muove: la fedeltà con cui pregano, la serietà con cui si confessano, continuamente alla ricerca di ciò che veramente non passa e può rimanere per sempre. Penso in particolare a un uomo di 82 anni, vedovo, che viene tutti i mesi a confessarsi «come se fosse l’ultima volta», per prepararsi all’incontro con Dio. O a un altro, di 81 anni, che viene ogni giorno a recitare il rosario comunitario «per quelli che non hanno tempo per pregare».

Molte di queste persone sono il centro di gravità di famiglie colpite da gravi difficoltà: tanti (a volte mi verrebbe da dire troppi) sono i nonni che portano i nipoti al catechismo perché i genitori non si interessano o perché sono separati. Sono loro, i vecchi, che diventano l’ancora di salvezza per molti bambini. Li portano a scuola e li vanno a prendere, fanno con loro i compiti; li proteggono dai ricatti dei genitori separati che se li contendono come un trofeo. Maestri nelle prime preghiere, insegnanti della positività della vita.

Nella catechesi qui ad Alverca, piccola cittadina della periferia di Lisbona, a cominciare dai primi anni proponiamo continuamente ai bambini e ai ragazzi gesti di caritativa negli ospizi. Vanno con i loro catechisti e i genitori che si rendono disponibili a sostenere quelle persone che, spesso malate, possono cadere nella disperazione e nell’attesa della morte senza speranza. Vanno, però, soprattutto per imparare. Sono sempre momenti molto significativi. Aprirsi alla totalità delle dimensioni dell’esistenza umana è una scuola che ci fa diventare grandi. E che ci fa accettare e amare la realtà che dobbiamo vivere.   

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