Cristiani, quale unità?

- Pierluigi Colognesi

Andiamo verso la “Settimana dell’unità dei cristiani” che, come tutti gli anni, si celebrerà dal 18 al 25 gennaio. La riflessione di PIGI COLOGNESI sul significato e il valore dell’unità

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Andiamo verso la «Settimana dell’unità dei cristiani» che, come tutti gli anni, si celebrerà dal 18 al 25 gennaio. L’occasione offre lo spunto per una riflessione non soltanto sul tema dell’ecumenismo, ma, più generalmente, su significato e valore dell’unità. Perché mai ci dovrebbe essere unità tra le persone? Cosa significa essere uniti? Non è una forma di appiattimento e omologazione?

È ormai luogo comune, ampiamente accettato, definire la nostra società come «liquida». Lo stato liquido della materia è quello in cui l’unità tra gli elementi che la compongono appare meno chiara e continuamente mutevole. A livello sociale ciò significa che si accetta tranquillamente che i rapporti non siano più «solidi», appunto, cioè permanenti, e che l’unità, se proprio ci deve essere, è infinitamente variabile, costruibile e decostruibile a piacimento. Ciò vale a riguardo del nucleo elementare, quello in cui nascono i nuovi elementi della società: alla famiglia unita – nella quale un nuovo essere entra a far parte per l’unità di un uomo e di una donna e da essa viene educato – si sostituiscono nuclei a formazione variabile e al posto di un padre e di una madre si introduce il liquidissimo concetto di «genitorialità diffusa». Ciò vale anche – per fare solo un altro esempio che tocca da vicino il nostro Paese – a riguardo della vita politica: per anni si è parlato di semplificazione unificante delle forze in campo e, invece, ci troviamo di fronte ad una parcellizzazione disorientante.

Molti sostengono che, nel primo campo come nel secondo – e in molti altri: dalle amicizie ai rapporti internazionali –, bisogna rassegnarsi: l’unità è una utopia dei tempi passati e per di più un’utopia pericolosa, perché violerebbe il sacro principio della intangibilità dell’individuo, appiattirebbe ogni diversità. Ma sappiamo bene che non è così. Un quotidiano ha analizzato centinaia di bigliettini scritti dai bambini a Babbo Natale; bene, la gran parte chiedeva in dono che in genitori fossero più uniti. Il bambino – non ancora toccato dalla rassegnazione degli adulti alla liquidità – sa benissimo di aver bisogno di una unità, dalla quale soltanto può emergere la sua irriducibile personalità. Così noi sappiamo bene che la politica, che pure è ovvia e necessaria dialettica dei diversi, è tanto più efficace quanto più obiettivi e intendimenti sono condivisi e i metodi per raggiungerli sono paragonati in un dialogo che smussa le asperità piuttosto che affrontati in un litigio permanente. 

Sappiamo che le amicizie che si rompono producono ferite che difficilmente si rimarginano, mentre quelle che permangono aiutano nella fatica del vivere. Sappiamo che c’è sotto un grosso sbaglio quando si fanno le guerre, anche se poi ce ne dimentichiamo facilmente qualora non ci riguardino da vicino. Insomma, sappiamo bene che l’unità – nella diversità – è buona.

Il cristiano sa anche perché. Perché l’Essere stesso è unità di diversi e tutto quello che da lui è derivato – cioè tutto – vive della medesima dinamica. E sa che si deve parlare di tensione all’unità, perché l’armonia originale è stata tragicamente rotta da un male cattivo – il diavolo è colui che divide -: il peccato originale. È la tensione suggerita da Cristo stesso, che ha pregato perché i suoi discepoli fossero «una cosa sola». Solamente così avrebbero testimoniato nel mondo che è possibile realizzare quello che il mondo aspetta pur negandolo: l’unità. Per questo è nata la Settimana ecumenica e per questo essa si conclude con la festa della conversione di san Paolo: non si può costruire unità senza conversione.



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