L’illusione della politica

- Giuseppe Frangi

Numerosi leader del terzo settore, spiega GIUSEPPE FRANGI, hanno recentemente deciso di scendere in politica. Ma quali saranno le conseguenze che tali scelte avranno sul non profit?

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Andrea Olivero (Infophoto)

Da un po’ di tempo in qua sul sito di Vita.it, il portale informativo del non profit italiano, non passa giorno che non appaia l’intervista a qualche leader del terzo settore che ha deciso di fare il salto nella politica. Il primo a dare l’annuncio della sua scelta è stato Andrea Olivero, presidente delle Acli, che si candiderà con Monti. Poi a ruota sono arrivati i leader di tante altre grandi organizzazioni, come l’Arci il cui presidente Paolo Beni è sceso in campo nelle fila del Pd, il Fai, la cui numero uno, Ilaria Borletti Buitoni ha detto sì all’invito di Monti, e poi ancora la Uisp, Cittadinanzattiva, l’Associazione delle Famiglie numerose; sono scesi in campo Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, Mario Marazziti, portavoce di Sant’Egidio, Edo Patriarca, già portavoce del Forum Terzo settore e ora responsabiule delle Settimane sociali dei cattolici. Il fenomeno ha toccato anche le grandi associazioni dell’imprenditoria “sociale”: si candidano infatti Luigi Marino, storico presidente di Confcooperative e Giorgio Guerrini, che ha guidato Confartigianato negli ultimi anni su percorsi di grande innovazione. L’elenco potrebbe continuare ancora, e a lungo, e potrebbe non essere ancora completo. La prima conseguenza è il fatto che si apre un vuoto di dirigenza mai sperimentato prima nel non profit italiano, tanto più che le candidature di Olivero, attuale portavoce dell’organismo di rappresentanza, il Forum del terzo settore, e di Paolo Beni suo più probabile successore, apre una vacatio anche questo a livello.

È naturale che a livello associativo di registrino ripercussioni e anche un po’ di spaesamento, che potrebbero anche incidere sui delicati processi di ricambio che immediatemente dovranno essere avviati. Il Fai, ad esempio, ha dovuto incassare le dimissioni di Salvatore Settis dal consiglio d’amministrazione. D’altra parte come ogni ricambio questa può essere anche un’occasione per uno scatto di innovazione e anche di ringiovanimento. Ma la domanda che ora ci si deve porre è un’altra: perché tanti leader sino a ieri impegnati nel sociale e nel civile hanno sentito che fosse maturo il tempo per un salto nella politica? Ed è una domanda che prescinde dal campo partitico scelto. Una domanda che appare ancora più delicata, visto che negli ultimi tempi la politica non ha dato certo segnali di attenzione verso il non profit. In particolare il bilancio del Governo Monti è stato a dir poco disastroso per il terzo settore italiano (dai tagli al welfare alla vicenda Imu, dalla mancata stabilizzazione del 5 per mille al sostanziale spegnimento del servizio civile); né quel governo ha mostrato capacità o volontà di interlocuzione, per spiegare il senso di quei provvedimenti.

Resta quindi un po’ difficile pensare che la politica abbia cambiato improvvisamente le propria logiche, aprendo un credito inaspettato a quel mondo che sino a ieri ha pesantemente mortificato. La presenza di tanti leader si annuncia perciò come un vero salto mortale triplo. Questo non per dare sentenze affrettate, ma per invitare tutti a un sano realismo circa reali possibilità d’azione che si aprono ed evitare così che le candidature finiscano con l’essere solo acqua portata alla politica partitica. È anche in nome di questo realismo che una sessantina di associazioni, insieme a Vita, hanno elaborato una piattaforma di sei punti semplici ed essenziali, che riguardano le garanzie di una maggiore libertà sociale nel nostro paese, sulla quale chiedere un impegno a chi si presenta, a qualunque formazione appartenga. Perché in politica l’idealità è condizione importante ma non certo sufficiente.

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