Il cancro del chavismo

- Fernando De Haro

Secondo FERNANDO DE HARO il futuro del chavismo si decide nell’isola dove Chávez sta morendo. Eppure, ci spiega, il regime bolivariano non sparirà con la sua morte

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Hugo Chavez

Venezuela, capitale L’Avana. Il futuro del chavismo si decide nell’isola dove Chávez sta morendo. E sono i fratelli Castro che hanno imposto l’attuale vicepresidente, Nicolas Maduro, che dovrà governare il Paese in queste settimane di transizione in cui la morte del leader bolivariano sembra imminente.

Hugo Chávez ha approfittato della sua ultima apparizione a Caracas per disegnare Maduro come suo successore, scegliendo la protezione dei cubani, in opposizione a Diosdado Cabello, uno dei leader più noti del chavismo, appoggiato da un ampio settore dell’esercito. Cuba si gioca molto nella prosecuzione del regime boliviarano e molto dipenderà dai trasferimenti di denaro che verranno fatti dal Venezuela. Maduro, ovvero Cuba, ha forzato un’interpretazione della Costituzione che gli permette di continuare a controllare le leve del potere in questo momento. Chávez non può prenderne possesso prima del giorno 10, il termine fissato dalle norme. La cosa più normale sarebbe stata, secondo la legge venezuelana, che in queste circostanze il Presidente dell’Assemblea fosse nominato momentaneamente Capo dello Stato. Ma Maduro ha sostenuto che il diritto di Chávez è una “formalità giuridicà” per lasciare le cose come sono, nelle sue mani.

Dopo la morte di Chávez non tarderanno ad arrivare delle elezioni che torneranno a essere una prova per l’opposizione. Quasi nessuno crede che il Tavolo dell’Unità Democratica (la coalizione di partiti che si oppongono a Chávez, ndr) possa vincere. La sconfitta di qualche mese fa di Henrique Capriles e il pessimo esito delle elezioni regionali hanno dimostrato fino a che punto Chávez è riuscito a creare “la dittatura perfetta”, ancor più perfetta di quello del Partito rivoluzionario istituzionale messicano durante la seconda metà del ventesimo secolo. Al momento non è chiaro se il chavismo morirà insieme a Chávez.

La Cuba castrista e il Venezuela bolivariano camminano mano nella mano e rappresentano una sfida per la libertà e la democrazia in America Latina. La Cuba dei Castro è una dittatura classica comunista. Il Venezuela chavista ha creato un sistema molto più sottile e moderno per limitare le libertà. La democrazia formalmente continua a esistere, non è necessario sopprime le elezioni, né eliminare le istituzioni che sono espressione della sovranità nazionale per imporsi. Il chavismo è riuscito a ottenere un controllo dei media e a costruire una rete di clientelismo che hanno generato la dittatura più moderna. La democrazia sembra esistere quando in realtà è un edificio vuoto.

Bisogna ammettere che di fronte a questa dittatura moderna e perfetta i partiti classici sono crollati continuamente. E questa è la sfida che in questo momento hanno davanti sia la società civile venezuelana che i partiti di opposizione. Si tratta di una questione che riguarda tutta l’America Latina. Il chavismo è riuscito a superare la rivoluzione liberale con cui si è dato inizio 200 anni fa all’indipendenza. Chávez si è presentato come un nuovo Bolivar. Ma in realtà è riuscito a sconfiggere i creoli che avevano dato vita o monopolizzato la rivoluzione liberale.

A differenza di quanto è successo in Colombia o in Cile, in Venezuela il sistema partitico classico, supportato da una vasta classe media, è saltato in aria. Prima dell’arrivo al potere di Chávez, le enormi differenze di reddito e l’esistenza di un’oligarchia che controllava il destino del Paese hanno causato una disaffezione di ampi settori della popolazione verso la democrazia così come comunemente la si intende. E il chavismo esiste ancora e continua ad avere futuro, perché può ancora approfittare di tale situazione.

Il regime bolivariano è un autentico cancro nella regione. Alimenta democrazie deboli come la Bolivia e l’Ecuador. E, in altro modo, anche l’Argentina. Fa da contrappeso alle formule di sviluppo relativamente di successo esistenti in altri paesi. Perù e Brasile, nonostante tutti i loro limiti, sono esempi di come si può convivere con grandi differenze interne senza che siano sfruttate ideologicamente a favore di un populismo che causa gravi danni al popolo.

Ma il cancro del chavismo non sparirà con la morte di Chávez, senza un paziente lavoro dell’opposizione per creare una vera democrazia, autenticamente popolare e con un’ampia base sociale che contrasti la forza di una dittatura perfetta. Quello che c’è da fare è un’autentica transizione con la quale tutta l’America Latina può guadagnare molto.

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