Tra accoglienza e invasione legalizzata

- Robi Ronza

E’ necessario, dice ROBI RONZA, contemperare due esigenze: quella di ciascun uomo a migliorare le proprie condizioni, e quella degli Stati a governare i flussi migratori

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Speriamo che con la visita di ieri a Lampedusa del presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, e del Commissario agli interni, Cecilia Malmström, accompagnati dal premier Enrico Letta e dal ministro degli Interni Angelino Alfano, si concluda il superfluo e ingombrante pellegrinaggio di personalità politiche nell’isola. 

Come sa infatti chiunque abbia un po’ di esperienza al riguardo, in situazioni del genere il viavai di pezzi grossi della politica, senza essere di alcun specifico vantaggio, provoca invece confusione e obbliga le forze di polizia sul posto a sottrarre risorse alla gestione dell’emergenza. Inoltre, in un’epoca in cui i cronisti radiotelevisivi stanno diventando sempre più dei semplici raccoglitori ambulanti di dichiarazioni improvvisate, tutto ciò li distrae ulteriormente dal raccontarci ciò che oggi da Lampedusa sarebbe importante raccontare, come ad esempio l’ammirevole opera di spontanea accoglienza e aiuto in cui tanti isolani si impegnano con il sostegno della Caritas della parrocchia dell’isola.

“L’Europa non si nasconda!”, ha osato dire ieri a Lampedusa José Manuel Barroso. L’Europa non deve nascondersi, ma forse farebbe bene a nascondersi lui che, essendo presidente della Commissione Europea dal 2004, nei quasi dieci anni da allora trascorsi evidentemente non ha fatto nulla per evitare che si arrivasse dove si è arrivati. D’altra parte, producendosi egli pure nell’inatteso ruolo di Alice nel Paese delle Meraviglie, anche l’attuale presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, aveva recentemente detto essere “una vergogna che l’Ue abbia lasciato così a lungo sola l’Italia con i flussi di profughi dall’Africa”. Un’affermazione di un candore degno di miglior causa da parte di uno come Schulz, europarlamentare dal 1994, dal 2004 al 2012 capo dell’importante gruppo parlamentare socialista al Parlamento Europeo nonché presidente di tale Parlamento dal gennaio 2012. 

Dov’era Schulz mentre l’Ue lasciava sola l’Italia alle prese con i “profughi dall’Africa”? Sempre al bar? Sempre in bagno? E a completare il quadro, non appena Cecilia Malmström l’ha indicata come lo strumento-chiave con cui l’Ue intende affrontare la questione, l’Agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione (Frontex), con sospetto tempismo ha comunicato di avere esaurito i fondi che le erano stati stanziati per il corrente anno 2013. Per parte sua il premier italiano Letta ha il vantaggio di essere in sella solo da pochi mesi, ma ciò non lo esenta dalla responsabilità obiettiva della disorganizzazione dell’accoglienza dei superstiti del naufragio, molti dei quali nel recinto del centro di raccolta dormono all’aperto sotto la pioggia su materassi fradici di gommapiuma.

Frattanto è tornata un po’ in ombra la questione della legge 30 luglio 2002 n.189, cosiddetta Bossi-Fini, che da molte parti dell’area di centrosinistra si stava cercando ancora una volta di demonizzare prendendo spunto dal tragico naufragio di Lampedusa. 

Si tratta certamente di una legge ormai superata e che per alcuni aspetti non ha funzionato o ha funzionato male, ma non c’entra per nulla con il naufragio. Con il suo altissimo numero di vittime questo dramma suscita giustificata commozione. Tuttavia − quando si passi a considerare con quali strumenti politici, giuridici e amministrativi il problema vada affrontato − la commozione diventa una pessima consigliera. Non per questo va censurata, ma non è di aiuto per nessuno farne un criterio assoluto.

Nella vicenda dell’afflusso disperato via mare verso l’Europa di gente in fuga dall’emisfero Sud entrano in gioco due esigenze fondamentali che vanno contemperate, ma nessuna delle quali può venire del tutto sacrificata all’altra: da un lato il diritto che ogni Stato e ogni popolo hanno di governare l’eventuale insediamento stabile di stranieri sul proprio territorio; dall’altro il diritto che ogni uomo ha di cercare condizioni di vita migliori per sé e per i propri familiari. Se il secondo di questi due diritti fosse incondizionato da ciò deriverebbe un fatto senza precedenti (e senza giustificazioni) nella storia dell’uomo, ovvero la legittimazione di un caso di invasione. L’invasione insomma sarebbe legittima se − invece di avvenire a mano armata e a viva forza – avesse luogo in modo non violento e con la forza della disperazione. 

Coloro che nel nostro Paese, con tipica astrattezza ideologica, sostengono non solo l’ovvio dovere del pronto soccorso ma anche quello dell’accoglienza definitiva di chiunque riesca a entrare nel nostro territorio, o anche solo in acque internazionali in prossimità delle nostre acque territoriali, evidentemente non si rendono conto di che cosa succederebbe se il caso di invasione di cui si diceva venisse legittimato. D’altra parte vale pure l’altro diritto, quello di cercare condizioni di vita migliori per sé e per i propri familiari. Un diritto che nell’epoca in cui viviamo – ove, grazie alla pan-comunicazione, nel più remoto dei villaggi o delle periferie del Terzo Mondo si ha ampia notizia diretta del tenore di vita e di consumi dei Paesi sviluppati – si risolve in una forte e spesso irrefrenabile spinta all’immigrazione ad ogni costo verso tali Paesi e in particolare verso l’Europa, che resta comunque la più accessibile. E più che mai  diventerebbe irrefrenabile nel caso dell’Italia non appena si venisse eventualmente a sapere che nel nostro Paese  chiunque riesce ad entrare è poi sicuro di essere accolto in via definitiva. 

Ecco allora le due opposte esigenze da contemperare. Come farlo?

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