La fede in piazza

- Federico Pichetto

Due interventi di Papa Francesco, a ridosso dell’Evangelii Gaudium, hanno dischiuso il magistero del 266esimo successore di Pietro in una luce nuova. FEDERICO PICHETTO

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Due interventi di Papa Francesco, pronunciati ieri nell’atmosfera ancora palpabile del primo vero documento di questo pontificato, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, hanno dischiuso il magistero del 266esimo successore di Pietro ad una profondità teologica e dottrinale fino ad ora mai così esplicitamente raggiunta. 

Il contesto del primo pronunciamento era pastoralmente molto stimolante, la plenaria del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Il Papa ha qui potuto mettere in campo il proprio cavallo di battaglia, quella cultura del dialogo che ha suscitato molti entusiasmi e qualche critica, dipingendo il pontefice come l’uomo dalla mano tesa, ma anche come l’uomo che per accogliere gli altri avrebbe perfino saputo rinunciare alla propria Verità. E invece, ieri mattina, il colpo di scena: “Dialogare – ha detto Francesco – non significa rinunciare alla propria identità quando si va incontro all’altro, e nemmeno cedere a compromessi sulla fede e sulla morale cristiana. Al contrario la vera apertura implica il mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con un’identità chiara e gioiosa”. 

Il Papa dei progressisti, l’uomo del dialogo con Scalfari, spiazza gli osservatori laici con una frase che chiunque potrebbe attribuire a Benedetto XVI. Qualunque “uomo di mondo” ravvederebbe in questi atteggiamenti una strategia o una subdola doppiezza, mentre invece essi rispecchiano una profonda coerenza: chi è, infatti, l’uomo a cui Dio si è rivolto incarnandosi? Non si tratta dell’uomo degli illuministi, un uomo astratto e senza storia, ma dell’uomo-persona dei Padri della Chiesa, un uomo segnato dalla propria storia e dalle proprie ferite. È a quest’uomo che la Chiesa si rivolge, ed è quest’uomo il soggetto del vero dialogo. Voler strappare l’uomo dalla sua storia e ridurlo ad un punto “zero”, culturalmente vergine, fu la grande operazione ideologica dei Lumi, operazione che impresse il suo sigillo in pensatori come Rousseau o Voltaire, possibilità che fece favoleggiare gli stessi Nietzsche e Freud e che ancora oggi appare spesso come il mantra della vera laicità. 

Se Benedetto ha sfidato la modernità su Dio, Francesco la invita a misurarsi sull’uomo, sulla sua stessa identità di essere nella storia, persona che non può prescindere dalla sua vicenda umana, sociale e psichica. 

Eppure Francesco non si ferma qui: egli non difende semplicemente un uomo determinato dal suo tempo, ma difende il cuore dell’identità di ogni Io, quello che fa di ogni creatura qualcosa di unico: l’esperienza. Lui stesso, nel secondo pronunciamento di ieri – la consueta omelia del mattino a Santa Marta – lo ha spiegato con parole molto semplici: durante l’epoca ellenistica, ha ricordato commentando il vangelo di Luca sulla fine del mondo, “non si poteva parlare di religione: era una cosa privata”, i segni religiosi andavano tolti e bisognava obbedire agli ordini che venivano “dai poteri mondani”; si potevano “fare tante cose, cose belle, ma non adorare Dio”, era vietato. 

Questo, secondo Francesco, era “il centro dell’atteggiamento pagano”. I pagani infatti tolleravano tutto, ma non che un uomo seguisse ciò che aveva scoperto nella sua stessa esperienza. Tale atteggiamento era irrazionale, “furoreggiante”, perché implicava l’ammissione di un’autorità dentro ciascuno che avrebbe mandato in tilt lo stesso tessuto politico dell’ellenismo. 

È questo che il Papa oggi abbraccia e difende nell’uomo: ciò che la sua vita, la sua storia, la sua coscienza, hanno scoperto come vero e buono. Per questo anche per Francesco la fede non può essere ridotta ad un fatto privato, ma non perché essa debba inficiare lo spazio pubblico divenendo proposta confessionale, ma perché ciascuno deve essere libero di costruire la propria vita a partire dal bene che egli stesso ha visto e incontrato. Tra cattolici furenti, con la bava alla bocca contro il “mondo cattivo”, e cattolici “incapaci di giudicare il tempo in cui vivono”, il Papa guarda all’uomo, si rivolge ad ogni uomo, e gli dice “yes, you can”, sì, tu puoi, tu sei capace di vedere e di costruire il bene. 

Non è questa la fiducia, la stima, che Dio ha avuto per Adamo, per Noè, per Israele? Non è questo che gli occhi di Cristo hanno detto a Zaccheo, alla Maddalena e perfino a Giuda? In un tempo di ideologi e di ideologie s’avanza nella storia un folle, uno che ha ancora desiderio e coraggio di scommettere su di me, su Scalfari come su ogni uomo. Questo folle, più passano i giorni, più è chiaro che ci sfida e che lo fa con le stesse parole e gli stessi gesti di Dio. Sapremo noi spalancare le porte a Cristo che è tornato a disturbarci? Sapremo noi scommettere davvero sulla nostra esperienza fino a seguirla come l’Autorità della nostra vita? 

È questo il dramma che si apre davanti a tutti, sia che si lavino i piatti per vivere sia che si amministri un’azienda. È questa la spiazzante domanda con cui il Cielo ha deciso di ridestare tutta la grandezza del nostro Io.

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