Di moralismo si muore (anche a Natale)

- Federico Pichetto

DON FEDERICO PICHETTO e il micidiale cliché del Natale: la festa deve essere un’occasione per un’introspezione profonda del nostro io più puro per poi chiederci: “cosa voglio dalla vita?”

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William Congdon, Natività (Immagine d'archivio)

Il moralismo non é soltanto il prevalere del punto di vista morale su ogni altra dimensione della vita, il moralismo non é neppure solo il giudizio sui comportamenti in sé, al di fuori di ogni contesto: il moralismo è il prevalere dello schema sull’esperienza, il prevalere del come una cosa o una persona dovrebbero essere rispetto a quello che sono, il moralismo è – insomma – la negazione del presente che stai vivendo in forza del passato che qualcun altro ha vissuto, e che ha deciso essere la norma del tuo tempo.

Non dico queste cose per promuovere un’etica della situazione o del contesto, ma per evidenziare come ognuno di noi soffra di moralismo, della tentazione di coprire – con la nostra verità – il rischio e la libertà dell’altro. Natale in tutto questo è un fulgido esempio. Il mercato e i consumi ci dicono, senza tanti giri di parole, come dovrebbe essere il nostro Natale: pieno di regali, con tutta la famiglia, ricco di amore e di bontà.

Questo stereotipo del Natale è micidiale: quanta gente piange o soffre perché manca loro qualcosa che il mondo ha deciso essere necessario perché sia Natale. La crisi economica che prostra famiglie e imprese, la vita di ognuno di noi – con la propria originalità e le proprie ferite – mette tanta gente fuori dallo stereotipo natalizio del mercato e condanna molti a patire la diversità e la propria unicità. Mi è capitato l’altra mattina di parlare con una bimba che ha perso il papà poco tempo fa e che mi chiedeva: “Ma che Natale sarà quest’anno per me?”. Io le ho risposto, semplicemente, “il tuo”. Infatti ciò che serve al Natale, e per cui la Chiesa ci fa passare attraverso l’Avvento, non é né un papà né una mamma, né un figlio né un lavoro: ciò che serve al Natale è un desiderio, il desiderio – magari lancinante – che qualcuno venga, che qualcosa accada.

In questo senso, senza un grande dolore non ci potrà mai essere una grande attesa. Il Natale, infatti, non ha bisogno della nostra perfezione o del nostro quadro affettivo “ordinato”, il Natale ha bisogno di me, della mia domanda. Non si può fingere festa quando nel cuore c’è dolore, né usare Gesù Cristo per distrarsi dalla vita e pensare a qualche piccolo regalo: il Natale è anzitutto il tempo della consapevolezza, il momento dell’autocoscienza.

Di che cosa ha bisogno la Tua carne ferita? Di che cosa ha bisogno la tua vita? Non delle luci, e neppure di un “miracolo natalizio”: la tua vita ha bisogno di Quel Bambino. 

L’Avvento non è il momento in cui si aspetta e si organizza il Natale, l’Avvento è il tempo in cui si rientra nel Santuario del proprio Io con una domanda semplice e disarmante: ma io, che cosa voglio dalla vita? Di che cosa ho realmente bisogno? Solo un cuore che domanda e che chiede è davvero pronto al Natale, al dono di Quel Bambino solo e indifeso che – nudo – è venuto a prenderti per mano.

Il rischio, come sempre, non è quello di non essere pronti, ultimo scampolo di ogni moralismo, o cattolicamente perfetti: il rischio è quello che Lui venga e noi non siamo in casa, avendo gli occhi così pieni di ciò che ci manca, o di ciò che non abbiamo più, da non sussultare davanti a quel pianto che, squarciando quella notte, ha squarciato la nostra vita. Questo è l’Avvento. Questo è quello che ci manca: smettere di inseguire le nostre idee per permettere al nostro cuore di gioire di quella Presenza.

Il moralismo ci uccide la vita perché ci impedisce di tirare fuori e di prendere in mano la nostra esperienza. Per questo passano i Natali e noi non impariamo niente: perché il nostro cuore, alla fine, ha sempre festeggiato la festa di qualcun altro. Questa Avvento, questi giorni che ci rimangono di attesa, saranno veri, saranno grandi, non se saremo più pii o più bravi, ma se avremo il coraggio di guardare in faccia la nostra vita. Per metterla davanti a Colui che, senza tanti giri di parole, è venuto semplicemente ad abbracciarla.

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