La bellezza contagiosa

- Giuseppe Frangi

“Voi avete una carta in più da giocare: quella del patrimonio culturale italiano”. Lo ha detto ieri in uno dei suoi discorsi papa Francesco. Perché? Il commento di GIUSEPPE FRANGI

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«Voi avete una carta in più da giocare: quella del patrimonio culturale italiano». Letta così potrebbe sembrare una delle solite frasi facilmente retoriche, con cui si riafferma una cosa per tutti ovvia, che però resta come una consapevolezza tutto sommato superficiale. Ma sapere che questa frase l’ha detta Papa Francesco, uno che in genere dispensa poco retorica, e che soprattutto è sempre “sul pezzo”, costringe a prenderla sul serio e a guardarci dentro. 

Francesco l’ha pronunciata ieri in uno dei suoi discorsi, come sempre molto sobri, ai diplomatici e al personale dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Rispetto a cosa, secondo il Papa, l’Italia ha una carta in più da giocare? È qui che il discorso si fa molto concreto e difficile da liquidare come una bella ovvietà. Dice Francesco che il patrimonio culturale è un vantaggio, che potremmo definire “competitivo” rispetto alla «crescita di relazioni positive, basate sulla conoscenza reciproca, sul rispetto, sulla comune ricerca di vie di sviluppo e di pace». Il patrimonio è valore aggiunto del bene comune. Insomma l’Italia grazie alla bellezza che incorpora può darsi la chance di una maggiore coesione sociale e di una maggiore felicità. Per dirla con parole spicciole, può darsi una vita collettiva migliore.

In che senso il patrimonio, che è figlio del passato, può allora tradursi in una felicità per l’oggi? La prima condizione è di non percepirlo come una cosa bella che fa parte del nostro orizzonte quotidiano, ma che è come una storia chiusa, di fatto esterna alla nostra vita. Non basta che il patrimonio generi flussi e anche ricchezza, che strappi degli “oh” meravigliati a chi lo scopre, per garantire che il patrimonio sia vivo. Il patrimonio è vivo nel momento in cui diventa esperienza. In un certo senso nel momento in cui scatta la percezione che il patrimonio “siamo noi”. Cioè che il suo essere tesoro si misura nel modo in cui si traduce in vita, s’incrocia e “s’impasta” con l’esperienza di ogni momento.

Qualche esempio può essere utile a capire. Quando si va a Roma non si può non restare meravigliati dalla bellezza di una città che, per quanto a volte sia stata quasi “stuprata”, si presenta con un fascino “inimmaginabile”. Questo fascino è un attraversamento di secoli di storia, ma soprattutto è il frutto di una stagione in cui un papa come committente e un artista come geniale esecutore, rispettivamente Urbano VIII Barberini e Gian Lorenzo Bernini, riplasmarono la città sulla base di un’idea: che l’arte, e quindi il patrimonio, fosse un fatto pubblico, visibile, goduto e partecipato da tutti. 

In un certo senso hanno assegnato all’arte un carattere “cattolico”. Nacque così la Roma Barocca, che inglobò meravigliosamente tutte le altre Rome e che oggi dà un evidente piacere estetico a chiunque abbia occhi per guardare.

Ma non ci si può fermare a quello: perché è quella situazione di bellezza pubblica, aperta, a disposizione di tutti, la cosa che fa grande Roma. Che ne fa un’esperienza, nel senso che induce un approccio diverso alla vita, in cui l’idea di condivisione, contro quella privatistica, diventa idea felicemente pervasiva di tutta la quotidianità. La Roma barocca insomma è contagiosa, perché insegna che la bellezza è per tutti e che questa bellezza può cambiare i rapporti tra le persone, può favorire positive relazioni, può costituirsi come bene comune che ognuno deve sentire suo in quanto non solo suo. Insomma, il patrimonio come bene partecipato.

Visto che il Papa parla dell’Italia, potremmo allargarci e dire che la bellezza delle pietre “meticce” di Venezia comunica la ricchezza generata dall’incontro tra diversi. O, per salire nel tempo, potremmo capire che la Milano degli anni trenta del secolo scorso, con i suoi architetti, grandi e per nulla “star”, aveva dato forma concreta a un senso dell’abitare civile e rispettoso dell’umano, pur dentro le esigenze stringenti della modernità.

È questa la “carta in più da giocare” che ha in più da giocare. Bisogna aprire gli occhi, e amare il patrimonio. Che non vuol dire solo conservarlo, ma ricavarne una vita più umana nel nostro presente.

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