Senza Natale non c’è Pasqua

Senza l’incarnazione di Gesù non vi sarebbe Pasqua, ma non vi sarebbe Natale senza la Resurrezione: Natale e Pasqua ci portano nel cuore del vangelo della gioia. LORENZO ALBACETE

26.12.2013 - Lorenzo Albacete
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William Congdon, Natività (Immagine d'archivio)

Un amico mi ha chiesto recentemente di inviargli qualche riflessione sul rapporto tra il pensiero di Monsignor Luigi Giussani e il modo di pensare caratteristico della modernità. In questo periodo di celebrazioni natalizie non ho potuto evitare di pormi la domanda: dato il contrasto tra la visione cattolica di Giussani sul significato della vita e il modo moderno di pensare, come possiamo proclamare oggi la gioia del Vangelo (Evangelii Gaudium) a un uomo o una donna profondamente immersi nell’attuale assetto culturale? (I miei amici vivono in un’area tra la totale secolarizzazione e gli stimoli, spesso irriconoscibili, del Senso Religioso.)

Papa Francesco e Don Giussani ci spingono a proclamare un vangelo di gioia che ha la sua origine nell’incontro con la Persona di Cristo e per questa ragione, e per questa sola ragione, è sempre il Vangelo della gioia.

La fede è riconoscere chi è Gesù Cristo (la Sua identità) e la Sua missione (lo scopo e il significato della Sua vita umana). Essere cristiani vuol dire partecipare all’identità di Cristo (attraverso la comunione interpersonale chiamata “Chiesa”) e alla Sua missione, cioè alla relazione tra la Sua vita e il Mistero (Colui che chiama Padre).

Nella liturgia cattolica vi sono due solenni festività che ci portano nel cuore del Vangelo della gioia, Natale e Pasqua.

Come afferma con nettezza San Paolo, se la resurrezione di Cristo non è stata un avvenimento nella storia del mondo, noi siamo i suoi più stupidi abitanti. Se Gesù non è realmente morto e non ha realmente, storicamente, vinto la morte risorgendo dai morti a un nuovo tipo di vita umana, allora il vangelo è la più grande bugia nella storia e i cristiani i peggiori mentitori mai apparsi.

Senza Pasqua non può esservi Natale. Tuttavia, delle due feste è il Natale che è più sentito come un invito alla gioia, anche e perfino nel mondo in cui viviamo. Perché è così? Come possiamo proclamare oggi il Natale come un annuncio di gioia?

Il Natale è la celebrazione della carne, è la celebrazione della dignità e della capacità della nostra carne così come è, della dignità della nostra carne con tutte le sue debolezze e mancanze. Malgrado tutto questo, essa è stata creata con la capacità di essere abbracciata e “riempita” con la vita divina attraverso la Grazia (Rallegrati, piena di Grazia!)

Rallegrati, dice l’Arcangelo Gabriele ed è il primo annuncio del Vangelo della gioia. Gabriele e gli angeli che cantano sono i primi evangelisti, che annunciano l’Incarnazione. Senza Incarnazione non c’è Resurrezione; senza Natale non c’è Pasqua.

Questo periodo di Natale ha visto grandi tragedie nel mondo, particolarmente penose quelle che hanno coinvolto bambini. Mentre sto scrivendo, un padre ha gettato suo figlio dalla finestra di un grattacielo di New York, per poi buttarsi egli stesso, e questo a quanto pare per colpire la moglie che stava chiedendo il divorzio e la custodia del figlio. Il giorno prima, un’auto ha investito un bambino e il guidatore è fuggito lasciandolo morire in mezzo alla strada. Solo due casi tra un numero incalcolabile che avvengono nel mondo, ma significativi di ciò che continuiamo a vedere e sentire giorno per giorno in televisione.

Perché Dio permette che tutto ciò accada? La risposta è la Pasqua, naturalmente, ma non possiamo immaginarci come sarà la vita umana risorta, mentre possiamo, molto facilmente, sperimentare ciò che la vita è nella debolezza della nostra carne. Il Natale è proprio la proclamazione che la debolezza della nostra carne non definisce tutta la nostra verità. Ecco perché il Natale è parte così importante del Vangelo della gioia.

La celebrazione del Natale nel nostro tempo deve comunicare nel modo più chiaro il potere della gioia, che si rende possibile quando apriamo la nostra carne alla Grazia di accogliere Colui che si è incarnato.

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