I Papi e la liberazione

- Lorenzo Albacete

LORENZO ALBACETE descrive la continuità tra Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, anche nei confronti di una materia così dibattuta come la Teologia della liberazione

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Papa Francesco abbraccia un bimbo brasiliano (Infophoto)

La pubblicazione nell’estate del 1968 dell’enciclica Populorum Progressio di Paolo VI creò grande eccitazione in America Latina, perché sembrò che il Papa stesse dando il suo appoggio alla cosiddetta Teologia della liberazione, che stava diffondendosi nell’America del Sud e nel sud ovest degli Stati Uniti.

Malgrado il Papa insistesse nell’affermare che una autentica liberazione non può che essere fondata sulla proclamazione dell’identità e della missione di Gesù Cristo, i sostenitori della Teologia della liberazione continuavano ad affermare che il punto di partenza per una vera comprensione della liberazione portata dal vangelo era una adeguata analisi socio-economica del contesto culturale nel quale la liberazione veniva annunciata. Molti seguaci di questa teologia scelsero uno dei tanti tipi di analisi sociale, economica e politica disponibili, inclusi alcuni basati sul marxismo.

Nell’America Latina la discussione andò così lontano che fini per dar luogo a una cristologia della liberazione, a una ecclesiologia della liberazione, e così via. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei leader cattolici fu solo marginalmente coinvolta in questo acceso dibattito, senza mai credere veramente che “qualcosa di buono (teologicamente) potesse venire da Rio.”

Negli Stati Uniti la discussione si focalizzo soprattutto attorno alla liturgia, alla questione femminile e a quella razziale, rendendo sempre più acuta la divisione tra progressisti e conservatori.

Con Giovanni Paolo II sembrò che fosse asceso al soglio pontificio un Papa più attento che mai agli Stati Uniti. Le critiche agli Usa fatte dal Pontefice in vari suoi scritti sembravano espresse con modalità che offrivano qualche motivo di speranza per i progressisti, ma la maggioranza di essi finì per ritenere il Papa non “utilizzabile” per un impegno pesante in tema di giustizia sociale. Il Papa che veniva dalla Polonia, da parte sua, probabilmente non considerava utile un dialogo con i “liberazionisti”.

Ebbi l’occasione di chiedere personalmente a Papa Giovanni Paolo II quale testo tra le sue encicliche sociali spiegasse meglio le sue opinioni in materia di giustizia sociale, ottenendo questa risposta: “non nelle encicliche, ma nei miei scritti teatrali, in particolare in Fratello di nostro Dio; lì troverà tutto.

Papa Benedetto XVI era molto cosciente delle sfide e dei pericoli posti dalla Teologia della liberazione in America latina e convinto che l’origine delle divisioni circa la giustizia sociale si ponesse a un livello molto più profondo di quanto molti pensassero. Sono sicuro che ne abbia discusso con Papa Francesco, a sua volta studioso attento della Teologia della liberazione.

La questione sulla evangelizzazione ebbe origine in Brasile. Nel frattempo, nella vicina Argentina, un giovane gesuita studiava a fondo queste questioni. Il Cardinale Bergoglio non immaginava che sarebbe stato il primo Pontefice a porre in opera ciò che sembra essere molto più compreso ora che non negli anni ’60. Il suo programma di azione è stato pubblicato la settimana scorsa e molti sono rimasti sorpresi dalle parole e azioni con cui ha incominciato a mettere in atto i suoi programmi.

Ma perché essere sorpresi? In Fratello di nostro Dio, quando il protagonista ha la sua ultima discussione con un amico che è un rivoluzionario, costui gli dice che i poveri non lo seguiranno. Egli risponde che sarà lui a seguire loro. Papa Francesco sembra aver letto il dramma scritto da Papa Wojtyla.

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