Benedetto XVI è salito sulla Croce

- Ubaldo Casotto

Uno stupore autentico, forte e disorientante è stato l’annuncio delle dimissioni di Papa Benedetto XVI per i fedeli, per la Chiesa e per tutto il mondo. L’editoriale di UBALDO CASOTTO 

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Benedetto XVI (Infophoto)

“Questo Papa vi sorprenderà”. Quante volte in questi otto anni abbiamo sentito questa frase, purtroppo usata da chi si augurava la sorpresa per i suoi avversari politici, culturali e anche ecclesiali. La sorpresa è sempre arrivata puntuale, e tale era veramente per tutti. Anche la sorpresa di ieri.
Il Sussidiario mi ha chiesto un articolo “sulle dimissioni del Papa”. Non riesco a farlo se non rendendo pubblico l’ingigantirsi di questa sorpresa che ieri mi ha addolorato, colto impreparato, lasciato come orfano, e nello stesso tempo affascinato e riempito di mistero.
Ho capito la grandezza di Paolo VI solo alla fine del suo pontificato. Ho amato immensamente Giovanni Paolo II, trascinato dalla sua prorompente umanità. Benedetto XVI è stato (lo sarà ancora per quindici giorni) il “mio” Papa. Avendo la fortuna di vivere a Roma ho cercato di non perdermi mai un suo Angelus domenicale. Ho letto i suoi discorsi, i suoi libri, le sue encicliche. Dopo quelle sulla carità e sulla speranza mi mancherà quella sulla fede (a meno che anche qui non ci riservi una sorpresa), ma forse per redigerla basterà mettere insieme le sue udienze del mercoledì di questo Anno della fede. Però sono gli Angelus che mi hanno fatto capire il suo particolare rapporto con il popolo cristiano e anche con chi cristiano non è.
Ricordo un fatto del suo inizio di pontificato, quando il portavoce del suo predecessore, lo spagnolo Joaquin Navarro Valls, gli parlava dell’importanza dell’immagine nell’odierna società della comunicazione globale; il Papa lo interruppe – così raccontò lo stesso Navarro – e gli disse: “Credo piuttosto che nel mondo d’oggi un’idea valga più di mille immagini”. Ed è questo quello che succedeva in Piazza San Pietro ogni domenica.
Le folle che accorrevano con Giovanni Paolo II venivano spesso per “vedere” il Papa. Ricordo il suo ultimo Angelus, eravamo in tanti fuori dal colonnato dal lato del Sant’Uffizio, in fila indiana negli spazi che tra una colonna e l’altra permettevano di vedere la finestra del suo studio, Giovanni Paolo II si affacciò, tentò vanamente di parlare e noi stemmo là, a guardarlo.
La folla altrettanto numerosa, in certi momenti anche più numerosa, che accorreva da Benedetto XVI aveva un atteggiamento diverso, era lì per “ascoltare” il Papa. Non fraintendetemi, le parole di Karol Wojtyla restano indimenticabili, quelle di Joseph Ratzinger hanno avuto per me l’accento di chi si appella a un tuo assenso ragionevole.
Ieri ha detto: “Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam…”.
La traduzione italiana non ha la forza di quell’“iterum atque iterum”, ripetutamente ho esaminato la mia coscienza davanti a Dio e sono giunto alla certezza…
Se serviva una ulteriore dimostrazione dell’infinito rispetto che la Chiesa ha per la coscienza e la libertà di ciascuno di noi, ieri ne abbiamo avuto la testimonianza più alta. Veramente la religione e l’atto di fede è ciò che l’uomo fa nella sua solitudine. In soccorso della nostra solitudine e delle nostre incertezze di fedeli c’è sempre la possibilità del ricorso e dell’appello a un’istanza più alta, fino al Papa. Lui non ha altri cui appellarsi, e in questa sua imponente testimonianza capisco come al fondo della solitudine ci sia allora una compagnia, un Tu, “coram Deo”, di fronte a cui siamo responsabili della testimonianza della verità.

Si sprecheranno le analisi sui motivi di politica ecclesiale di questa rinuncia, motivi che si nasconderebbero dietro il venir meno del “vigore sia del corpo, sia dell’animo”, ma resta invece impenetrabile il mistero della coscienza che decide, e dell’uomo che si umilia davanti al mondo dicendosi “consapevole della gravità del suo gesto”, ma che “con piena libertà” ritiene di non essere più in grado di “governare la barca di san Pietro”. Sa che questo ministero “può essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”, ma sente il “dovere” (usò questo termine nel libro-intervista con Peter Seewald) di dimettersi perché si accorge che non è più in grado di “governare”. C’è chi ha detto che “non si scende dalla croce”. Secondo me, con questo passo, doloroso per sé prima che per noi, Benedetto XVI ci è salito definitivamente. 
Ci sarà il tempo per l’analisi sulla situazione inedita nella quale si viene a trovare la Chiesa e nella quale opererà il suo successore, sarà un tempo per capire e potrà essere anche un modo per fuggire dall’unica vera domanda che pone a ciascuno di noi questa testimonianza di fede di Benedetto XVI, l’urgenza della nostra conversione. 
Mentre ieri continuavo incredulo a leggere le agenzie di stampa, ho pensato alla profondità in cui si è innestata nel cuore del Papa, in questo periodo in cui ha maturato la decisione, la frase “Mia forza e mio canto è il Signore”. E ho dovuto constatare ancora una volta la verità della sua visione e del suo richiamo: “Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista”. 
Mi è tornata alla mente anche una frase di Gesù, rivolta ai suoi prima della Passione: “E’ bene per voi che io me ne vada”. La sentii ripetere negli ultimi anni della sua vita, applicata a sé, anche a don Luigi Giussani.
Ne ho avvertita l’eco nella dichiarazione del Papa quando parla di “decisione di grave importanza nella vita della Chiesa”. Il suo è in fondo un gesto di paternità, e di fede nella certezza che la guida della Chiesa è in mani sicure, ben oltre la splendida apparenza della sua persona, della sua intelligenza, della ricchezza del suo magistero, della sua disarmante semplicità, del suo coraggio nell’azione di purificazione della Chiesa. 
Ci voleva un uomo così per smontare anche il cinismo dei romani. Si è abusato spesso della frase “niente sarà più come prima”, non la userò certo in questa occasione, ma finalmente non si potrà più dire “morto un Papa se ne fa un altro”.



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