DON GIUSSANI. Ha aperto una strada intercettando la nostra inquietudine

- Mauro Magatti

MAURO MAGATTI ricorda don Giussani, ciò che di lui ha detto Benedetto XVI e la sua più viva eredità tra noi ancora presente, in particolare tra le nuove generazioni che si fanno avanti

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Immagine di archivio

Prete della Diocesi milanese, don Giussani ha attraversato in modo profetico la stagione eroica che dalla Costituzione e la ricostruzione arriva fino alla potente fase di espansione economica e culturale apertasi con la caduta del Muro di Berlino e terminata con la crisi finanziaria del 2008. Un tempo straordinario, pieno di speranze e tensioni, di spinte intense e contraddittorie, che ha interpellato in profondità la Chiesa in rapporto ai rivolgimenti sociali, economici, politici, ma soprattutto antropologici che si sono susseguiti in quei decenni.

Nel febbraio di 8 anni fa, durante il funerale celebrato nel Duomo di Milano, l’allora card. Ratzinger diceva: “Don Giussani era cresciuto in una casa – come disse lui stesso – povera di pane, ma ricca di musica; e così, sin dall’inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza; non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita; così ha trovato Cristo, in Cristo la vera bellezza, la strada della vita, la vera gioia”. Forse fu proprio per questo, per questa sua “ferita per la bellezza” che don Giussani seppe ascoltare in profondità il suo tempo e cogliere, più di altri, quanto cominciava ad agitarsi nel cuore dei giovani a cui capitava di entrare nel mondo nel mezzo di quei rivolgimenti.

Dalla metà degli anni ’60 fino alla fine degli anni ’70 la crescita del movimento di CL fu così rapida e, per alcuni aspetti, travolgente da non poter essere spiegata, come accade per molti movimenti e ordini religiosi, senza attribuire un ruolo alla forza della Spirito. Spirito che aiutò don Giussani a cogliere in modo originale l’emergente domanda religiosa. Non a caso, i primi nuclei di Gioventù Studentesca si ponevano sullo stesso terreno dei nascenti movimenti studenteschi che portarono poi al ’68 e a tutto quello che ne seguì.

È probabile che proprio quella “ferita per la bellezza” aiutò don Giussani a cogliere alcune dinamiche profonde che cominciavano ad investire la nostra comune condizione umana: il tema del desiderio e della libertà che emergevano prepotentemente in una società dove per la prima volta arrivavano diffusamente il benessere e la democrazia; la centralità dell’esperienza e dell’incontro nella costruzione del senso della vita in un contesto in cui la soggettività acquisiva un’inedita centralità. Proprio mentre il Concilio Vaticano II ripensava la questione del rapporto tra Chiesa e modernità, don Giussani – nel suo lavoro di semplice insegnante vicino a tanti ragazzi che si incamminavano verso la vita – apriva una strada, che, usando categorie innovative, si rivelava  capace di intercettare l’inquietudine religiosa di molti giovani. Senza questa “intuizione ermeneutica”, nulla di quello che è poi successo sarebbe potuto accadere.

È mia convinzione che la crisi che si è aperta cinque anni fa e nella quale ci stiamo ancora dibattendo – una crisi che Benedetto XVI non si è mai stancato di denunciare come “crisi spirituale” – stia incidendo, e ancora inciderà, sulla nostra condizione in modo altrettanto profondo a quanto accadde negli anni ’60 e ’70. Come sempre nella storia, il cambiamento rimane frammisto alla continuità. Ma per permettere alla fede di transitare alla nuova generazione, la saldezza della tradizione  ha bisogno di intrecciarsi con una capacità di ascolto profondo, capacità che costituisce il presupposto di quella intuizione ermeneutica su cui l’opera di don Giussani si è sviluppata.

Ecco dunque quella che ritengo essere l’eredità più viva di don Giussani: proprio nei giovani che sono i più sensibili ed esposti termometri del tempo è possibile cogliere ciò che brucia nella nostra condizione esistenziale. Ed è per questo che la questione educativa assume un posto tanto  centrale. In una società che fatica a riconoscere il ruolo del padre – anche per la fragilità di quella stessa figura – l’urgenza dell’educare rimane fortissima. Non si tratta, ovviamente, di inculcare quello che la generazione dei padri ha imparato. Si tratta, piuttosto, di trovare le vie per permettere la “tradizione”, cioè quel passaggio generazionale della fede che, come l’etimologia della parola lascia intendere, è sempre in qualche modo un tradimento. Un tradimento tuttavia salvifico nella misura in cui fa ri-vivere ciò che viene fatto transitare. Perché, come scrive Mahler, “la tradizione non è la venerazione delle ceneri ma la trasmissione del fuoco”.

L’attualità di don Giussani io la trovo proprio qui, nel fuoco che ha saputo ospitare dentro di se è che ha trasmesso a chi lo ha conosciuto: un fuoco che, a partire dalla centralità del Cristo, lo portava ad avere una ostinata fiducia che l’ascolto dell’umano, specie dell’umano che entra nella vita, potesse costituire il fulcro da cui partire per far continuare a vivere la fede. Di fronte ad un mondo che si dibatte in una crisi tanto odiosa, profonda e pericolosa, con sfide e questioni tanto impegnative e inedite, il metodo di Giussani risuona come un invito a non rinchiudersi nelle proprie certezze, a non replicare i modelli conosciuti. La tradizione della fede non può che passare dal coraggioso aprirsi alla straordinaria varietà di cui è intessuta la multiforme esperienza umana.

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