Francesco, in quel nome c’è già tutto

- Giuseppe Frangi

Francesco, nella scelta di quel nome c’è già tutto. Strano pensare che nessun Papa abbia mai scelto il nome del più popolare santo della Chiesa. Nome semplice e di popolo. GIUSEPPE FRANGI

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Francesco, nella scelta di quel nome c’è già tutto. È strano pensare che nessun Papa abbia mai optato per quel nome del più popolare santo della Chiesa. Forse per venerazione, forse per timore di quel suo oltranzismo nella fedeltà a Gesù.
Francesco è un nome che parla al mondo, che non è estraneo a nessun cuore, che non conosce steccati. È il nome di un santo che non ha cercato per sé mai nessuna garanzia, che non ha conosciuto né voluto nessuna gloria mondana, non perché si ritenesse superiore, ma perché aveva con sé qualcosa che valeva ben più di qualsiasi gloria. Francesco è stato il santo che non stava dentro nessuno schema, neanche quelli predisposti da autorità ecclesiastiche preoccupate di non riuscire a controllarlo. È stato il santo povero, non nel senso del pauperismo con cui lo abbiamo caricaturalmente ridipinto. È stato povero perché non voleva perdere la sovrabbondante ricchezza che il Signore gli aveva destinato.
Francesco è anche la semplicità che ha riportato la fede alla sua scaturigine, come accadde quella volta a Greccio quando, in occasione del Natale, volle fare un presepe vero, chiedendo che nella culla fosse messo un bambino. Come racconta il suo biografo Tommaso da Celano, «ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole». Per Francesco la fede era quel Bambino, la sua tenerezza, lo stupore che accendeva nel cuore degli uomini.
Francesco è poi il senso della fede come nuovo inizio. Ma perché un nuovo inizio accada bisogna essere poveri, cioè lasciare che un Altro agisca: per questo Francesco è stato così radicalmente povero. Francesco è intransigente, ma la sua era un’intransigenza strana che non chiudeva le porte a nessuno, e riusciva ad essere comprensivo ad oltranza verso la debolezza degli altri (è da leggere e rileggere quella sua Lettera, probabilmente a Frate Elia, in cui spiegava, anzi ordinava, l’indulgenza senza condizioni da usare verso il frate che avesse sbagliato).
Oggi abbiamo un papa Francesco. E se andiamo a rileggere tante sue parole scopriamo che la scelta del nome era davvero nell’ordine delle cose. C’è sempre molto Francesco nella chiarezza semplice del suo ragionare.
Nella praticità dei suoi giudizi. Nella tolleranza dei suoi sguardi sull’uomo e sul mondo d’oggi. Sentite cosa aveva detto in una bellissima intervista rilasciata a Stefania Falasca su 30 Giorni, nel 2007: «Il restare, il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane nel Signore si esce da sé stessi. Paradossalmente proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele».

Come per Francesco il rischio secondo Bergoglio è la clericalizzazione della Chiesa, clericalizzazione dei preti ma anche dei laici. Il frate di Assisi perciò aveva rotto gli argini, si era messo fuori dalle mura protette, fossero anche quelle di un monastero; era andato nel mondo. La sua casa era la città degli uomini. Bergoglio a Buenos Aires aveva seguito una logica simile. Sentite cosa replicò ad una critica portatagli da certo clero: «I nostri sociologi religiosi ci dicono che l’influsso di una parrocchia è di seicento metri intorno a questa. A Buenos Aires ci sono circa duemila metri tra una parrocchia e l’altra. Ho detto allora ai sacerdoti: “Se potete, affittate un garage e, se trovate qualche laico disposto, che vada! Stia un po’ con quella gente, faccia un po’ di catechesi e dia pure la comunione se glielo chiedono”. Un parroco mi ha detto: “Ma padre, se facciamo questo la gente poi non viene più in chiesa”. “Ma perché?” gli ho chiesto: “Adesso vengono a messa?“. “No”, ha risposto. E allora! Uscire da sé stessi è uscire anche dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è di Dio». 
E poi concludeva: «Guardare la nostra gente non per come dovrebbe essere ma per com’è e vedere cosa è necessario. Senza previsioni e ricette ma con apertura generosa. Per le ferite e le fragilità Dio parlò. Permettere al Signore di parlare… In un mondo che non riusciamo a interessare con le parole che noi diciamo, solo la Sua presenza che ci ama e che ci salva può interessare». Più Francesco di così…



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