Il dossier speranza

- Fernando De Haro

La crisi ci sta insegnando molto, spiega FERNANDO DE HARO. Rifiutiamo l’economia speculativa e sforziamoci di comprendere come può svilupparsi un’economia produttiva. Serve qualcosa di nuovo

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Bandiera spagnola, immagine d'archivio

Da oggi e fino a domenica torna Encuentromadrid alla Casa de Campo di Madrid. Si tratta di un’iniziativa particolare che nacque otto anni fa e che ostinatamente riappare, con un certo grado di irriverenza, quando si avvicina la primavera. Encuentromadrid, che è sempre stato un mix tra una festa di paese e un incontro culturale, viene promosso, in particolare, da un gruppo di cattolici. Tuttavia non contiene la solita “agenda cattolica”.

Quest’anno ha deciso di avventurarsi su un terreno paludoso, perché il tema, – “Un imprevisto è l’unica speranza” – è difficile. Parlare delle condizioni che fanno sperare, in un Paese che sta per superare i 6 milioni di disoccupati e in cui gli ultimi sondaggi fanno emergere che l’autostima nazionale è a terra, è rischioso. Non solo perché l’economia non sta ancora tornando a crescere o perché i più onesti riconoscono che il welfare state è destinato ormai a scomparire. Ma anche perché perfino i più svegli, non quelli che si consolano con la storiella dei valori, hanno difficoltà a identificare qual è il principio positivo con cui educare i più giovani.

Forse Encuentromadrid quando parla di speranza lo fa riferendosi all’“aspetto spirituale”. Ma non sembra che sia così. Nel programma ci sono responsabili di imprese, di enti della società civile, di cooperative. Non è un programma escatologico. La speranza è certamente qualcosa di cui si parla molto ultimamente. Il giornalista Pedro Cuartango alcuni giorni fa, dalle pagine di El Mundo, scriveva di questo tema confessando che aveva la sensazione di star perdendo la vita. “Questa disperazione – aggiungeva – rivela che nella parte più profonda di me conservo un po’ di speranza. Ma è una pura illusione per poter continuare a sopravvivere, perché l’unica esperienza tangibile è quella del niente nella sua pura intangibilità. Non c’è niente, quindi la speranza è impossibile”.

La realtà, l’esperienza, è un antidoto contro questo cuore che si ostina a continuare a sperare? È ciò che suggerisce il titolo dell’ultimo libro del filosofo Javier Gomá: “Necessario ma impossibile, ovvero cosa possiamo sperare?”. No e il tema di Encuentromadrid, copiato da alcuni versi di Montale, suggerisce che la fonte della speranza è nella realtà. Non in qualunque realtà, ma in quella che mi sorprende, quella che non è costruita dalle mie mani.

L’uomo moderno, che ha fatto e continua a fare cose buone, è solito sbagliare spesso nel credere che nulla accada se non ci sono ragioni sufficienti perché succeda. Forse è in questo che si rivela l’ideologia che ci domina dopo la morte di tutte le ideologie. Nonostante tutte le prove su come funziona realmente la vita, siamo soliti pensare che nulla accada per caso, in modo gratuito o fortuito.

Ci aggrappiamo al pensiero infantile secondo il quale se è successo qualcosa è perché lo abbiamo creato noi o perché ci sono state ragioni sufficienti affinché succedesse. In realtà, ciò che conta – dall’esistenza fino all’amicizia che rende possibile un’impresa, passando per le scoperte che danno avvio alla conoscenza, alla tecnologia o all’arbitrarietà che mantiene coeso il tessuto sociale – è frutto di un’infinità di avvenimenti imprevisti che non si spiegano con fattori antecedenti.

Per questo la cosa più necessaria ci sembra impossibile: perché abbiamo creduto stupidamente che la realtà sia figlia della necessità e non del dono. Andiamo alle cose più concrete e a quello che più ci preoccupa in questo momento: la crescita e la creazione di lavoro. La crisi ci sta insegnando molto. Rifiutiamo l’economia speculativa e sforziamoci di comprendere come può svilupparsi un’economia produttiva.

Per questo ci rendiamo conto che c’è bisogno di qualcosa di nuovo. Forse è la grande lezione di Steve Jobs. Possiamo ridurre i costi, sistemare gli organigrammi e affinare i processi abituali, ma non ci sono salti avanti se non scopriamo un modo nuovo di rispondere ai bisogni.

Abbiamo necessità di qualcosa di nuovo per sviluppare business futuri o per ripensare un welfare state diventato insostenibile. E nelle imprese o nelle scienze, il nuovo con il quale si può fare un autentico passo avanti si produce quando, per caso o per grazia, si apre davanti a noi un passaggio che fino a quel momento era nascosto. Questa dinamica genera fiducia tra la gente, sprigiona energie nascoste.

Il nuovo non è solo il diverso. È anche quello che sempre è stato lì e che, all’improvviso, smettiamo di considerare come qualcosa di scontato e che percepiamo come un regalo, qualcosa di immeritato. Come la stessa vita quando smette di essere una categoria ideologica e si trasforma in un dialogo/dibattito con il Mistero che fa essere. Non sappiamo se nell’Encuentromadrid si parlerà di queste cose.

Staremo a vedere. Ma non si può aprire il “dossier speranza” senza fornire delle buone argomentazioni, altrimenti si cade nell’ingenuità e nell’insolenza. Ed è meglio non farlo.

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