La libertà di un uomo senza paura

- Vincent Nagle

“Mi sono convinto della straordinaria libertà del Papa quando ho potuto osservarla da vicino durante il suo storico viaggio in Terra Santa, nel 2009”. L’editoriale di VINCENT NAGLE

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Quando ho ricevuto la notizia della “rinuncia” di Benedetto XVI al ministero petrino sono rimasto scioccato. Eppure non ho mai, neanche per un istante, pensato che dietro a questo gesto ci possa essere altro che la sua fede e la sua libertà di uomo senza paura.

Mi sono convinto di questa sua straordinaria libertà quando ho potuto osservarla da vicino durante il suo storico viaggio in Terra Santa, nel 2009. Allora lavoravo come segretario privato del patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fuad Twal. La visita del Papa in Terra Santa è stata una dimostrazione commovente del coraggio che nasce dalla fede cristiana, dall’attaccamento a Cristo risorto. Moltissimi erano stati gli avvertimenti, infiniti i tentativi di dissuadere il Papa dall’intraprendere questa visita in un momento in cui, per vari motivi, le tensioni erano particolarmente alte. Molti esponenti della comunità cristiana in Terra Santa gli avevano suggerito di non venire, temendo che il momento non fosse opportuno. I mass-media avevano preannunciato un disastro. Lo stesso patriarca di Gerusalemme, un entusiasta sostenitore del viaggio, aveva dichiarato alla stampa israeliana: “Una parola fuori posto e avrò problemi con gli ebrei; un’altra ed avrò problemi coi musulmani. Il Papa tornerà a Roma, ma io resterò qui con tutti i problemi”.

Insomma, la pressione si era fatta sentire. Io stesso ero così in ansia che i giorni prima del suo arrivo non riuscivo a mangiare. E tuttavia il Papa, sicuro di obbedire ad un Altro, era partito. Ci si poteva aspettare che, con queste premesse, il Papa si sarebbe limitato a dire poco, restando nel recinto dei luoghi comuni che non potevano offendere nessuno. Invece aveva subito sfidato tutti, con suprema serenità, a rimettersi umilmente davanti alla verità che ci ama. Nella moschea principale di Amman, in un discorso in cui ha affrontato gli stessi temi di fede e ragione che aveva sollevato nel famoso discorso di Ratisbona, davanti a centinai di imam giordani, il Papa disse: “Il [nostro] compito è la sfida a coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana. […] Ci viene ricordato che proprio perché è la nostra dignità umana che dà origine ai diritti umani universali, essi valgono ugualmente per ogni uomo e donna, senza distinzione di gruppi religiosi, sociali o etnici ai quali appartengano”.

Il Papa lanciava a tutti una sfida per un sussulto di umanità. A Shimon Peres, presidente dello Stato israeliano, ricordò che, “Secondo il linguaggio ebraico, sicurezza – batah – deriva da fiducia e non si riferisce soltanto all’assenza di minaccia ma anche al sentimento di calma e di confidenza”.  

Con queste parole spingeva gli israeliani a guardare oltre la questione militare e a vedere che una vera sicurezza richiede un nuovo rapporto con gli altri non basato sulla forza. “Una sicurezza durevole è questione di fiducia, alimentata nella giustizia e nell’integrità, suggellata dalla conversione dei cuori che ci obbliga a guardare l’altro negli occhi e a riconoscere il ‘Tu’”. Sfidava i “forti” a una riscoperta del “tu”, della presenza misteriosa dell’altro come la via della pace.

In modo simile, ai profughi palestinesi del Campo di Aida, alla periferia di Betlemme sotto il famoso “Muro di separazione”, il Papa, parlando di educazione dei giovani, disse che una vera educazione ha bisogno di portare i giovani oltre “il forte desiderio di vendicarsi per la perdita e per le ferite. Ci vuole magnanimità per cercare la riconciliazione dopo anni di conflitto. Deve esserci una determinazione ad intraprendere iniziative forti e creative per la riconciliazione”. Non adottava la politica delle parti, ma abbracciava le angosce e le speranze di tutti, sfidandoli a nuovi passi umani. Ma al centro della visita del Papa c’era la cura del gregge sempre più piccolo della Chiesa locale. Il Papa riconobbe pienamente e abbracciò le loro sofferenze e paure, incontrando per una mezz’ora, per esempio, i parrocchiani della Santa Famiglia di Gaza che avevano ottenuto il permesso di venire alla messa di Betlemme.

E nella messa celebrata in Manger Square, davanti alla Basilica della Natività, disse che la presenza di Cristo nella loro terra e nella loro stessa città doveva provocare nei fedeli “la costante conversione a Cristo che si riflette non solo sulle nostre azioni, ma anche sul nostro modo di ragionare: il coraggio di abbandonare linee di pensiero, di azione e di reazione infruttuose e sterili”. E alla comunità cristiana di Gerusalemme non si limitò a compiangere la loro situazione politica e sociale molto difficile, ma li sfidò a guardare oltre la lotta politica alla speranza cristiana (“Siete chiamati a servire… come il lievito di armonia, saggezza ed equilibrio…”), a seguire l’esortazione di San Paolo a “cercare le cose di lassù”. Il loro compito, come il suo, è di attaccarsi alla vittoria di Cristo “sul peccato e sulla morte, testimoniando la forza del perdono”.

Il Papa sfidava il popolo cristiano a porre le speranze in Cristo invece che nella politica. In questa chiave nella messa a Nazareth, assistita da un numero record di fedeli in Terra Santa, ripropose anche la centralità dell’educazione, indicando il ruolo femminile. Le donne soprattutto hanno il compito di far sì che “i bambini imparino ad amare e ad apprezzare gli altri, ad essere onesti e rispettosi verso tutti, a praticare le virtù della misericordia e del perdono”. 

Tutto questo non passò inosservato. All’aeroporto, alla partenza del Papa, il presidente Peres lo salutò dicendo:“Lei, personalmente, ha avvalorato la sua visita con una dimensione spirituale in quanto ha ispirato la pace, e ha elevato speranza e comprensione… Lei ha toccato cuori e menti”. Questi miei ricordi mostrano il coraggio stupefacente nato dalla fede limpida e profonda di Benedetto XVI.

E mi hanno permesso di comprendere che la rinuncia del Papa al ministero petrino ha origine in questo stesso coraggio. Il coraggio umile di chi, seduto davanti alla tomba vuota di Gesù nella chiesa del Santo Sepolcro, ha confessato, con san Pietro, che “All’infuori di Lui, che Dio ha costituito Signore e Cristo, ‘non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati’”.

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