Italia, tutti marò

- Robi Ronza

Pareva che non si potesse andare più a fondo dopo la sequela di errori commessi sul caso dei due marò. Invece, purtroppo, la situazione si complica ad ogni livello. Ne parla ROBI RONZA

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Commentando su IlSussidiario dello scorso 21 marzo la vicenda dei due marò del battaglione San Marco incriminati in India, avevo scritto che se tali erano i risultati di un governo di grandi esperti non ci restava che sperare nei dilettanti. In più di adesso c’era però allora la speranza che i grandi esperti avessero toccato il fondo, e che quindi da allora in avanti ci fosse quantomeno la certezza che non si potesse più scendere oltre. Certezza invece smentita di lì a poche ore quando – dopo aver proclamato che i due marò in… licenza-premio in Italia non sarebbero stati rimandati in India – rimangiandosi il proclama il governo li ha fatti tornare a Dehli scortati nientemeno che dall’ineffabile sottosegretario agli Esteri Steffan De Mistura.
Passa qualche giorno ancora e eccoci all’altro ieri, 26 marzo, quando il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata si dimette in diretta al termine del suo intervento alla Camera, a quanto è dato sapere all’insaputa sia del premier Mario Monti che del presidente della Repubblica, dicendo che lo fa per protesta con la decisione, da lui avversata, del governo Monti di riconsegnare i nostri due militari alle autorità indiane. Segue la convocazione di Monti al Quirinale, l’immaginabile “franco scambio di vedute” tra le due, massime cariche della Repubblica, la nomina dello stesso Monti a ministro degli Esteri ad interim e a seguire i battibecchi tra lui e Terzi.
Tra un cosa e l’altra c’è stato un altro episodio che non sta né in cielo né in terra. In clamorosa violazione dei trattati che regolano i rapporti diplomatici Dehli ha annunciato che all’ambasciatore d’Italia non sarebbe stato consentito di lasciare l’India. Il fatto è gravissimo: a norma dei trattati di cui sopra un Paese può espellere un ambasciatore, ma non trattenerlo. Tanto per fare un esempio estremo: quando Tokio attaccò a sorpresa Pearl Harbour e quindi scoppiò la tra Usa e Giappone l’ambasciatore giapponese a Washington venne espulso ma non impedito di fare ritorno al suo Paese. Il nostro governo avrebbe dunque dovuto reagire duramente a tale gesto ordinando al proprio ambasciatore di rientrare e aprendo una vertenza al massimo livello, per intenderci al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, se egli fosse stato fermato alla frontiera indiana. Invece ha fatto finta di niente aggiungendo così un altro anello alla catena di maldestri comportamenti (un’infelice alternanza tra errori marchiani e arrendevolezze fuori posto) che sin dall’origine caratterizzano questa vicenda. Nella circostanza il ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola, si è ritagliato una parte da bravo ragazzo dicendo che lui (diversamente da Terzi) non abbandonerà mai la nave lasciando nei guai i due marò. Nobile presa di posizione.

Siccome però le scorte militari anti-pirateria sulle nostre navi da carico dipendono direttamene dal ministro della Difesa, ossia da lui, e dalle nostre massime autorità militari, sarebbe più importante (e forse anche più nobile) se egli ci facesse sapere: 
1) che istruzioni aveva l’ufficiale, sin qui rimasto ignoto, che comandava la scorta imbarcata sulla “Enrica Lexie”; 
2) chi ha dato ordine al comandante della nave di lasciare le acque internazionali e fare rotta per un porto del Kerala; 
3) chi, perché e su istruzioni di chi diede ordine ai due marò di consegnarsi alla polizia locale del porto ove la nave aveva attraccato. Ciò detto è meglio non fare previsioni su che cosa questo governo potrà e vorrà fare per risolvere la questione che, oltre a un evidente costo umano per i due militari coinvolti e per le loro famiglie, si sta risolvendo in una colossale perdita di credibilità per il nostro Paese. 
Forse è venuto il momento di tirare le somme sul governo di grandi esperti di ottima famiglia e di (presunta) grande fama internazionale che abbiamo a Roma. Ce li avevano rifilati dicendo che ci avrebbero salvato sia sul piano dell’economia che su quello del prestigio. Invece l’economia va sempre peggio, e in quanto a credibilità non siamo mai caduti tanto in basso. Dobbiamo forse concludere, come diceva quel tale, che si stava meglio quando si stava peggio?



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