La sindrome Monti

- Fernando De Haro

Manca un progetto sulla nuova Spagna, su quello che si può creare al posto del welfare state, afferma FERNANDO DE HARO, non basta fare solamente il proprio dovere, bisogna fare politica

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Mariano Rajoy, premier Spagna (Infophoto)

Negli ultimi giorni il Governo e il mondo imprenditoriale spagnolo hanno guardato a ciò che succedeva in Italia con un po’ di paura mista a rabbia. Nei due primi mesi dell’anno, infatti, la Spagna era riuscita a collocare una buona quantità dei propri titoli di stato per il 2013 a un rendimento non molto alto. E lo spread era rimasto a livelli ragionevoli. Finché la settimana scorsa è emerso il flop di Monti, la resurrezione di Berlusconi e la vittoria di Pirro di Bersani: il risultato peggiore possibile per una Spagna che i fondi di investimento di Usa e Cina continuano ad accomunare all’Italia.

Il Governo si è affrettato ad annunciare che era riuscito a raggiungere una riduzione storica del deficit fino al 6,7% del Pil nel 2012. E a ricordare che la Spagna non è l’Italia, dato che Rajoy gode della maggioranza assoluta in Parlamento.

Alla fine della settimana, anche gli economisti più seri cominciavano a credere alla frase: Spain is different, in questo caso in senso positivo. Sono molte le differenze, sia in campo economico che politico, tra Spagna e Italia. Monti, l’uomo che è riuscito a ridurre lo spread dai quasi 600 punti base lasciati da Berlusconi, che ha tagliato 60 miliardi di spesa e che ha alzato l’Iva, che è riuscito a evitare un salvataggio che sarebbe stato impossibile, non apparteneva ad alcun partito. È stato l’uomo imposto dall’Europa per scongiurare il disastro.

Rajoy, che ha messo al sicuro i conti in tempi record, smentendo due volte la sua promessa di non alzare le tasse, ha portato il Governo ad avere il maggior appoggio sociale su cui abbia mai potuto contare il centrodestra. Ma non è assurdo pensare che, nonostante le differenze, la “sindrome Monti” possa colpire Rajoy. D’altra parte è quello che succede spesso al centrodestra spagnolo: sistema l’economia e i conti dopo un governo di sinistra; il centrodestra imposta il lavoro, gli altri lo modificano. Rajoy ha più di un motivo per sentirsi fiero. In poco più di un anno il suo Governo ha approvato riforme significative (quella del lavoro, quella finanziaria) e ha evitato il salvataggio. Questa è stata la sua linea argomentativa nel Dibattito sullo stato della nazione, che per questo è stato un successo.

Quel che sta facendo non è e non viene percepito comunque dai cittadini come una politica di grande cambiamenti. Al di là dell’economia, infatti, la riforma dell’istruzione che ha cominciato è molto modesta e solamente grazie alla pressione sociale sta migliorando poco a poco (bisognerà aspettare di vedere come sarà il testo definitivo).

Anche nelle politiche sociali si deve ancora vedere quali alternative all’eredità di Zapatero intende avviare. Sul terreno della giustizia, i recenti ripensamenti del ministro Gallardón gli hanno fatto perdere credibilità. Senza dubbio, il suo primo anno è stato di una tale gravità che ci sarebbe stato bisogno di molte energie per riuscire a fare qualcosa in più che salvare la barca dal naufragio.

Speriamo, però, che non si vada avanti così per tutta la legislatura. Il problema non è la durezza dei sacrifici, bensì l’assenza di una comunicazione. Manca un progetto sulla nuova Spagna che è necessario costruire, su quello che si può creare al posto del welfare state.

All’inizio di febbraio, secondo il centro di ricerca Sigma dos, il Partito popolare aveva perso già 11 punti nelle intenzioni di voto. Grazie alla grave crisi dei socialisti, manteneva comunque su di loro un vantaggio di 6 punti. Il barometro del Cis (l’istituto nazionale di statistica), nello stesso periodo, segnalava una perdita di consensi del Pp del 9,6%, con un vantaggio sul Psoe pari al 5%. Il sondaggio di Metroscopia (un altro istituto indipendente) del mese scorso non solo segnalava la forte perdita del Pp (20 punti meno), ma ha portato alla luce una forte volontà di astenersi dal voto (quasi al 20%) e un aumento dei consensi per i partiti minori.

Detto in altro modo, il bipartitismo in Spagna è ormai ai minimi. Di certo il sistema elettorale spagnolo protegge questo bipartitismo, ma la minaccia che Rajoy possa essere il vero Monti Bis non va sottovalutata. Non basta fare il proprio dovere, bisogna fare politica.

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