In corsa con la croce

- Mario Follega

MARIO FOLLEGA ripercorre con un gruppo di pellegrini il cammino che portò Gesù alla crocifissione. Uno su tutti sembra dimenticare la fatica della salita di fronte all’arrivo sulla cima

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Immagine di archivio

Sono stato da poco in Terra Santa, insieme a persone della mia parrocchia. Abbiamo visitato tutti i luoghi simbolo della fede. Il Monte Tabor, Cana, il Lago di Tiberiade, il Monte delle Beatitudini, la Grotta della Natività e, attraverso la confusione del suk, ripercorrendo la Via Crucis di Gesù, siamo arrivati sul Golgota. I ritmi serrati, i tempi programmati. Tuttavia, ecco sorgere l’imprevisto.

Biagio, un nostro amico con difficoltà motorie, rifiuta la sedia a rotelle che gli è stata messa a disposizione. La nostra tabella di marcia viene stravolta. Per effettuare gli spostamenti a piedi, stando al suo passo, impieghiamo molto più tempo, che decidiamo di dedicare alla recita del rosario e alla meditazione personale.

Iniziano ad accadere alcuni fatti. Davanti alla Grotta della Natività possiamo sostare per pochi istanti. Solo Biagio però si può trattenere di più insieme ad uno di noi che lo accompagna. Ed ecco che l’accompagnatore si mette a piangere. «Che c’è – chiede Biagio – hai sbattuto la testa?» «In un certo senso, sì», risponde lui. «Io in Terra Santa ero venuto soltanto per non lasciare sola mia moglie. Ma ora che sono qui, e sono scelto per contemplare più degli altri il luogo della nascita del Salvatore, sono pieno di gratitudine».

Nel giorno della Via Crucis verso il Golgota, passiamo nel mercato affollato di gente. A turno portiamo la croce, posando i piedi dove li pose Gesù, ferito e insanguinato. Il tragitto è difficile. Biagio si incammina e a un certo punto mi chiede di portare la croce. «Ok, ti aiutiamo». «No, da solo», insiste lui. Avanza, la croce fissata allo zaino, un passo dopo l’altro; noi lo seguiamo.

L’ultimo giorno di permanenza in Terra Santa Biagio racconta: «In tutto il cammino fatto in questi giorni sono stato sempre restio nel farmi aiutare; ho anche insistito per non usare una sedia a rotelle come molti invece mi consigliavano. Sapevo che accettando avrei evitato a tutti di dovermi aspettare ogni volta, ma non me la sono sentita. Tuttavia sono stato abbracciato, con tutto il mio limite, il mio orgoglio e la mia testardaggine. Affidandomi così come sono a questo abbraccio, all’amore di Cristo, ho potuto vivere appieno questi giorni».

E ancora: «Tutto è stato possibile grazie al modo in cui ognuno dei miei compagni di viaggio mi ha accompagnato, sia fisicamente – porgendomi il braccio per aiutarmi a camminare – sia con il loro sguardo sempre rivolto al Signore, che ogni volta mi recuperava dalla distrazione».

All’inizio del viaggio, avevo rivolto al Signore la preghiera di rendere quei giorni un pellegrinaggio e non un viaggio turistico nei luoghi del cristianesimo; un cammino del cuore, bisognoso di silenzio e di preghiera, e non una corsa affannata, dominata dal desiderio di vedere tutto. E Dio ha risposto. Al di là di ogni programma e oltre ogni nostra aspettativa, Dio guida i nostri passi e detta i nostri tempi con dei fatti ben precisi. «Mi protendo nella corsa per afferrarlo, io che sono già stato afferrato da Cristo», dice san Paolo. Cristo ha il volto di Biagio, di Massimo, di noi ventinove pellegrini. E Dio, per lanciarci nella corsa, ha scelto di rallentare il nostro passo, perché lo attendiamo mentre ci afferra.

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