L’Europa dallo psichiatra

- Fernando De Haro

Siamo saturi di morali e analisi, sottolinea FERNANDO DE HARO. Davanti alla sfida di dover risolvere una necessità nasce la capacità di innovare e di trovare risorse. Bisogna partire da qui

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Sembra che ci sia finalmente un cambiamento.

L’Assemblea annuale del Fondo monetario internazionale tenutasi alcuni giorni fa a Washington, la nuova politica di Bruxelles/Berlino verso la Spagna e le prime dichiarazioni di Enrico Letta sembrano certificare che l’austerità e i tagli non sono percepiti più come l’unica soluzione contro la crisi.

Il Fmi ha chiarito che l’ossessione della Merkel per la riduzione rapida e a tutti i costi del deficit nei paesi del sud Europa è molto pericolosa.

C’è stato un interessante dibattito sul ruolo delle banche centrali nella crisi.

E, nonostante i timori della Bce, è stato raggiunto un certo consenso sulla convenienza di seguire politiche come quelle della Federal Reserve, della Banca del Giappone e della Banca di Inghilterra. Politiche per iniettare soldi nel sistema, anche se c’è il rischio di provocare un aumento dell’inflazione o una nuova bolla.

Berlino, nonostante l’avvicinarsi delle elezioni di settembre, ha consentito al Governo di Rajoy due anni in più per ridurre il deficit al 3% del Pil. Si sono resi conto che la medicina somministrata al Portogallo era un suicidio. Letta ha poi detto fin da subito che rifiuta di operare più tagli.

Fortunatamente le cose stanno cambiando, ma resta nell’aria un discorso ipermoralizzante che riguarda sia la destra che la sinistra.

Le politiche di austerità sono state accompagnate da una pubblica confessione dei peccati del passato che è diventata qualcosa di patologico. Come in certe devozioni poco equilibrate, il ricordo della colpa si fa ricorrente. Continuamente si ripete che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. La sinistra insiste nel dire che l’avidità e l’avarizia hanno distrutto tutto. E la destra addossa la colpa di quanto accaduto alla mancanza della cultura del sacrificio, della meritocrazia, del desiderio di eccellere.

Gli uni e gli altri dicono che siamo di fronte a una crisi di valori.

Poi quando arriva il momento di dire quali sono questi valori e come è possibile svilupparli generalmente restano in silenzio. Al cinema è facile seguire la scia di questa specie di confessione generale. Inside Job, l’eccellente documentario di Charles Ferguson, ci ha raccontato “l’esuberanza” di alcune entità finanziarie che giustificavano se stesse e che hanno finito per distruggere l’economia reale.

El Capital di Costa Gravas andava nella stessa direzione. Abbiamo avuto un altro Wall Street di Oliver Stone. Margin Call di Chandor era, senza dubbio, meglio. Probabilmente ora sappiamo che tutti i peccati economici confessati sono veri. Cosa facciamo quindi?

Siamo saturi di morali e analisi.

È fin troppo evidente che gran parte dell’economia moderna è stata costruita sulla base di una concezione negativa dell’uomo. Lo statalismo si basa sulla necessità di porre fine alle pulsioni distruttive.

E il liberalismo sul sogno che l’egoismo privato possa trasformarsi, grazie alla mano invisibile del mercato, in beneficio pubblico.

Ma in realtà l’energia che muove la vita economica si appoggia su un principio positivo.

Davanti alla sfida di dover risolvere una necessità nasce la capacità di innovare, di creare, di trovare risorse. E questo movimento è socializzante, crea reti e fiducia. Forse bisogna cominciare ad avere chiaro tutto questo e salvare quelle esperienze di qualunque settore che lo hanno reso evidente.

Mentre l’Europa continua a stare distesa sul lettino dello psichiatra, descrivendo la propria colpa, Brasile, India, Cina, Messico e Russia manifestano una capacità di sviluppo sorprendente.

È vero che si tratta della crescita di paesi che erano poveri e che quando i lori redditi si avvicineranno a quelli del Vecchio Continente la velocità di crescita diminuirà.

È vero che i loro squilibri e le loro ingiustizie non sono desiderabili. Ma quello che si può imparare da loro è la spinta, l’energia che manifestano.

La loro capacità di entrare rapidamente e con forza nei settori più competitivi che generano occupazione. La loro voglia di creare e conoscere.

Là fuori c’è un mondo che pulsa, sottoposto a un affascinante processo di meticciato (anche questo è energia), che è in espansione. Può insegnarci molto.

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