Non bastano le nostre mani

- Federico Pichetto

Nessun gruppo dei cardinali era autosufficiente per eleggere il Papa, nessun partito lo è per formare un governo. L’ideale dell’autosufficienza – dice FEDERICO PICHETTO – è stato sconfitto

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All’inizio anch’io avevo pensato che fosse una questione climatica: la primavera che non arriva, l’inverno che rallenta e la pioggia che continuamente incombe. Poi, col passare dei giorni, ho cominciato a chiedermi se, in questa ostinazione meteorologica, non ci fosse qualcosa di più, un messaggio ancora da cogliere e da elaborare in questo strano inverno italiano fatto di neve abbondante, dimissioni inattese, Papi sorprendenti e governi che non nascono.

C’è qualcosa che ci sfugge e che probabilmente sta in quella parola che, dalla sera delle elezioni, ricorre sulle labbra dei commentatori come dato politico ma che nasconde senza dubbio qualcosa di più: autosufficienza. Nessuno dei partiti italiani gode di autosufficienza per formare da sé un nuovo governo, ma nessuno dei gruppi etnici dei Cardinali – ci veniva detto all’inizio del Conclave – godeva di autosufficienza per eleggere da sé il nuovo Papa. E questo, ci hanno spiegato in lungo e in largo, è un grosso problema. L’ideale ellenistico-borghese, che fin dall’alba dell’Occidente prova ad affermare l’autosufficienza dell’uomo, è parso in questo inverno come il reale sconfitto dagli eventi: non basta la propria fazione per governare il paese, non bastava la propria etnia per eleggere il Papa.

Bisogna andare oltre, bisogna arrendersi al fatto che la Salvezza, la vera soluzione ai problemi della vita, non arriva dalle mie idee o dalle mie tifoserie, ma arriva da Qualcosa che è Altro da me. Paradossalmente è l’annuncio della Pasqua cristiana che, non a caso, pone la Salvezza dell’uomo nell’amicizia col Signore Risorto. Eppure tutto questo a noi non basta. Non ci bastano i numeri, le percentuali, i fatti: continuamente crediamo che alla fine un modo si troverà, che con qualche stratagemma sarà possibile “fare da sé”.

Il dramma delle nostre famiglie, dei nostri rapporti, delle nostre comunità civili e religiose, è proprio questo: credere che il compimento della vita, lo scopo dell’esistere, passi dalle nostre sole mani. Basta vedere che cosa accade oggi quando due persone si innamorano: l’attrattiva reciproca tende a proporsi come l’orizzonte ultimo della vita di entrambi e l’esistenza sembra giocarsi tutta dentro quel rapporto. Ma questo è vero anche per le famiglie, vissute a volte come delle tribù impenetrabili da qualunque giudizio che non nasca dalle dinamiche interne della famiglia stessa, o per i rapporti umani che – quando diventano seri e faticosi – vengono sciolti ed eliminati perché ritenuti troppo pericolosi. 

In una società del genere è chiaro che le forze che la esprimono politicamente pensino poi di poter “fare da sé” e senza gli altri: è quello che si puó chiamare “il dominio dell’ideologia” che, a partire dal primo bacio, contagia tutto il nostro vivere fino a condizionare mondanamente anche il nostro giudizio sul Papa. La cosa più interessante di tutto questo è che noi ce ne stiamo tranquilli ai bordi della vita, credendo che la politica sia una cosa diversa da nostra moglie e che la storia vera si giochi in parlamento.

Non è così. Il terreno di battaglia dove si decide tutto non è quello scelto dal Potere, fuori dell’uomo, ma è quello scelto da Dio, dentro l’uomo. La storia si decide dal modo con cui laviamo i piatti o messaggiamo con la fidanzata, da come guardiamo i nostri figli o gestiamo il nostro conto corrente. E la sfida, infatti, è sempre la stessa: o l’affermazione di sé e delle proprie mani come il criterio di tutto oppure il semplice riconoscere che “con le mie mani non potrò mai fare giustizia”.

Noi, infatti, abbiamo bisogno dell’altro. Senza il legame con l’altro, un altro che non scegliamo noi (altrimenti di sicuro Bersani non avrebbe scelto Grillo o Berlusconi), noi non possiamo costruire la nostra vita e il bene che ci sta davvero a cuore. E questo non perché, in una sorta di neo-clericalismo, sia l’altro ad avere le risposte che ci servono né, in una sorta di neo-comunitarismo, sia la compagnia degli altri che ci garantisca di camminare sulla strada giusta, ma perché l’Altro – solo l’Altro – ha la capacità di risvegliare le domande ultime del nostro cuore, le energie migliori della nostra vita.

Dall’inverno italiano si esce partendo dal proprio cuore e dalla capacità che esso ha, per le questioni decisive dell’esistenza, di giudicare e di cogliere il Bene che sta al di là di ogni fazione e di ogni infantile arroccamento. Lo abbiamo visto con l’incredibile elezione di Papa Francesco: laddove crolla il mito dell’autosufficienza e si fa entrare la luce che proviene dal rapporto con il Tu che in quel momento ci è dato, immediatamente il nostro cuore si risveglia e diventa capace di costruire e scegliere il Bene, che è al di là di ogni singolo bene.

È questa la dinamica che può garantire al nostro paese una nuova stagione di riforme strutturali, è questo che può rendere il nostro amore libero da ogni ricatto e violenza ed è questo che può restituire nuova forza al nostro lavoro e ai nostri legami: la Presenza di un Tu vero e concreto al quale cedere, che rimette in moto tutta la mia capacità di giudizio e di scelta sfidando i miei schemi e la mia tentazione di essere autosufficiente, un Tu – insomma – che mi dia terribilmente fastidio.

È ciò che la Chiesa chiama “Pasqua”: non un fantasma che regala emozioni, ma una Presenza che – attraverso una realtà solida e definita – ridesta l’umano rendendolo nuovamente capace di costruire il Bene per sé e per il mondo, protagonista di una storia che aspetta solo di essere scritta. È davvero questa la fine dell’inverno italiano, l’inizio di quella primavera che – più che dei fiori e degli animali – provoca il risveglio del nostro Io dal lungo letargo borghese di questo inverno.

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