La politica non salva l’uomo.

- Giuseppe Frangi

Il ricordo di Giulio Andreotti ha diviso la critica tra strenui difensori del politico cattolico e avversari interni al partito o di altre fede politica. GIUSEPPE FRANGI lo ‘disegna’ così

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E’ vero, ha ragione Giorgio Napolitano, il giudizio compiuto lo darà la storia. E’ certo però che Giulio Andreotti ha incarnato un’idea cattolica di impegno pubblico e politico. Lui che non ha mai avuto incarichi nel partito, ha sempre vissuto il servizio alla cosa pubblica, allo Stato, alla democrazia come una missione. In cui il realismo, la concretezza, il principio della sussidiarietà e del danno minore erano un modo preciso di impegnarsi. Per Andreotti la politica non è mai stata salvifica, messianica, il terreno in cui cercare la soluzione finale. Semmai era il campo di gioco laico dell’accordo, del compromesso, del governo possibile, per citare proprio l’ultimo Napolitano.

Anche come cattolico (e cattolico vero come ricordava ieri L’Osservatore Romano) Andreotti non è mai stato un crociato, un fondamentalista. Non è un mistero, ad esempio, che non condividesse la campagna fanfaniana contro il divorzio. Aveva anzi scritto un libro, “I minibigami”, in cui sosteneva i possibili vantaggi di un doppio regime in caso di matrimonio, uno religioso e l’altro civile. Fu anche accusato di non aver dato le dimissioni da Presidente del Consiglio quando fu approvata la legge 194, che legalizzava l’aborto e restò contrario, fino all’ultimo, al referendum del 1981. E tuttavia pochi uomini politici italiani furono considerati come lui nelle sacre stanze vaticane. Tanto da essere definito “Segretario di Stato vaticano aggiunto”.

Come leader storico, Andreotti fu il custode di Yalta, cioè di quel grande accordo planetario di spartizione che seguì la fine della Seconda Guerra Mondiale e che divideva il mondo in Est e Ovest, un mondo diviso da quella che Churchill definì “la cortina di ferro”. Braccio destro e giovanissimo allievo di De Gasperi, incarnò in modo pragmatico per 40 anni quell’equilibrio fino a portarlo all’estremo limite possibile: la collaborazione con il Pci, sotto l’ombrello della Nato. “Per fortuna eravamo dalla parte giusta”, commenterà. Quella stagione, la sua penultima da Presidente del Consiglio, la stagione della “solidarietà nazionale” coinciderà anche con il sacrificio altissimo dell’attacco al cuore dello Stato portato dal terrorismo brigatista che sequestrò e uccise Aldo Moro. Andreotti non cambiò mai idea su quella fase: aveva dovuto attenersi alla linea della fermezza per non far crollare lo Stato italiano. Scomparsi Moro (e subito dopo l’amico Gianbattista Montini, diventato papa Paolo VI), ed escluso di nuovo il Pci dalla maggioranza, Andreotti restò fuori dal Governo per quattro anni. Ci rientrò solo con Bettino Craxi come Ministro degli Esteri, prima di diventare per l’ultima volta Presidente del Consiglio di una maggioranza pentapartitica: l’ultimo esecutivo in sostanza ancora erede della collaborazione degasperiana fra laici e cattolici.

La sua carriera politica si è poi infranta su una lunga inchiesta penale che per 11 anni lo ha accusato di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli e di essere stato colluso con la mafia. L’accusa più incredibile, e che poi non ha retto alla verifica processuale, fu quella del “bacio” con Totò Riina. Andreotti però non ha mai polemizzato con la magistratura, si è sottoposto a tutti i processi, presenziando ogni seduta in tribunale, studiando le carte dell’accusa ad una ad una e riuscendo a smontare moltissimi addebiti. Alla fine della sua vicenda giudiziaria gli è rimasta però un’ombra che, grazie alla prescrizione, lascia aperta la possibilità di una sua collaborazione con la mafia prima degli anni Ottanta. E ciò ha permesso di identificare in lui ogni sorta di nefandezza della storia politica italiana.

La cosa buffa di questo bipolarismo imperfetto italiano, di questo destra-contro-sinistra, coi giacobini appostati di qua e di là, è che convergono su un solo punto: il Male dell’Italia è stata la Democrazia Cristiana. Loro, gli eredi delle peggiori nefandezze del secolo, fascismo e comunismo, si assolvono reciprocamente e vedono in Giulio Andreotti il campione di un Paese di cui vergognarsi. Non è così. La Dc è stata il meno peggio della politica italiana del dopoguerra. Con tutti i suoi difetti, ha garantito libertà, progresso e tolleranza per tutti. E senza quel partito che ha raccolto i consensi degli italiani per quarant’anni, l’Italia sarebbe finita (com’era già finita) in avventure pericolose. Certamente, all’ombra di un’impossibile alternanza, visto che l’opposizione avrebbe voluto cambiare campo e addirittura sistema, sono prosperati tutti i possibili difetti legati alla gestione del potere. La libertà, ad un certo punto, ha avuto un prezzo molto alto. Ovvio però che, caduto il Muro di Berlino, finito il sistema di Yalta, non c’era più bisogno di quell’assetto ed infatti alle prime elezioni politiche utili, è stato spazzato via.

L’Italia è migliorata o peggiorata? Anche qui lasciamo decidere agli storici. Ma certo non è così scontato che il cambio sia stato davvero in meglio. Andreotti, nell’ultima fase della fine di Yalta, si è almeno distinto per aver raccontato, unico in Italia, il segreto di Gladio. Cioè dell’esistenza di un’organizzazione segreta atlantica, pronta a prendere le armi e il potere, in caso di sbilanciamento verso Mosca. Mica una piccola cosa per chi lo vuole fare oggi passare come l’uomo dei segreti nascosti e inconfessabili.

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