Il vero viaggio

- Pierluigi Colognesi

PIGI COLOGNESI spiega perché sia scorretto definire inferi, come ha fatto Claudio Magris nel brano proposto agli studenti, le strade da valicare per conoscere realmente noi stessi

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foto: Infophoto

Avevo deciso di dedicare l’editoriale di questa settimana al significato della parola «maturità», visto che migliaia di giovani sono di questi tempi sottoposti ad esame per misurare se e quanta ne abbiano. Tanto per poter fare qualche accenno, come si dice, di attualità, sono andato a rileggermi le «tracce» della prima prova e il brano di Claudio Magris proposto per la «analisi del testo» mi ha fatto cambiare idea sul contenuto di quello che dovevo scrivere. È un bel testo, tratto dalla prefazione di L’infinito viaggiare. Vi si sostiene, giustamente, che le «frontiere» che segnano le nostre geografie sono certamente delle delimitazioni – più o meno permeabili a seconda delle epoche e dei contesti socio politici -, ma anche del canali di comunicazione; viaggiare significa appunto attraversare queste frontiere per scoprire che ciò che sta al di là è un diverso che ci arricchisce e possiede anche qualcosa che ci accomuna come storia e come umanità. Un bel testo, dicevo; ma non è sul suo contenuto principale che intendo soffermarmi. È che proprio nella prima frase Magris scrive: «Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone». Fin qui niente da eccepire, ma lo scrittore aggiunge all’elenco delle frontiere: «quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi». Eh no, qui c’è un radicale salto di qualità. Io posso più o meno agevolmente varcare, nei miei viaggi, le frontiere erette da una diversa storia politica o da culture che hanno prodotto differenti lingue. Posso, con qualche sforzo in più, non fermarmi davanti alla barriera di una condizione sociale, culturale o psicologica che non sento mia e che capisco poco. Posso addirittura attraversare coraggiosamente l’invisibile cortina di ferro rappresentata dalla irriducibile diversità dell’altro per costruire con lui un rapporto non di pura convenienza. Ma tutt’altra questione è trovarmi di fronte alle frontiere che «sbarrano la strada» a me stesso.

Forse Magris pensa alle tortuosità della psiche ed ha in mente i viaggi che vi si possono fare condotti da un qualche terapeuta. Ok, ma il viaggio alla ricerca di «noi stessi» è di un’altra qualità e non è detto che le profondità a cui avviene debbano essere qualificate col termine «inferi». Indubbiamente nell’itinerario alla scoperta di sé ci sono delle barriere da attraversare: la tentazione di fermarsi alla superficialità, lo smarrimento provocato dal dolore, lo struggimento per ideali tanto grandi da sembrare irraggiungibili, lo sconforto per una strana contraddizione che ci si sente addosso, la malinconia per le occasioni perse. Allora si può decidere di fermarsi, di non camminare più. E in questo caso le barriere crescono e diventano quasi insormontabili. Fortunatamente qualcosa o qualcuno ci risveglia, ci fa ritrovare il filo indistruttibile che sorregge il viaggio: il «noi stessi» che cerchiamo c’è davvero ed ha una patria che si chiama felicità; là dove non ci sono barriere di nessun tipo, ogni tortuosità è raddrizzata ed ogni asperità appianata. Incamminarsi instancabili verso questa meta è l’unico viaggio che val la pena intraprendere. Tutti gli altri, se ci pensiamo, ne sono un’immagine e a volte, purtroppo, un triste sostituto.



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