Cristiani e giovani, “l’allarme” turco

- Fernando De Haro

Gli ultimi giorni in Turchia sono contrassegnati dalle proteste contro la politica considerata troppo autoritaria, spiega FERNANDO DE HARO. Cristiani perseguitati e giovani insieme in piazza

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Foto Infophoto

In Turchia gli ultimi giorni sono stati contrassegnati dalle proteste in diverse città, specialmente a Istanbul. Alla base sembra esserci un motivo assolutamente irrilevante: la demolizione di un parco della città. La verità è che la gente, specialmente i giovani, è scesa in strada per protestare contro la politica, considerata autoritaria, del primo ministro Erdogan. Il Governo ha reagito con una dura repressione.

La Turchia, però, non è un Paese qualunque: è una potenza regionale, dato che vi passano gas e petrolio che vanno dall’Asia all’Europa. E la sua posizione geografica la rende una porta tra i due continenti. Alcuni parlano già di un ritorno della primavera araba che si sarebbe spostata ora in Turchia. In questo caso ci troveremmo di fronte a un caso che merita grande attenzione. Il regime di islamismo moderato di Erdogan veniva infatti indicato come possibile riferimento per i paesi a maggioranza musulmana che vogliono modernizzarsi. Secondo alcuni, l’islamismo di Erdogan, nonostante non rispetti la libertà religiosa, potrebbe essere il modello più democratico cui può arrivare un Paese a maggioranza musulmana. La politica di Erdogan ha segnato una rottura con il laicismo di Kemal Ataturk, ideologia che servì a fondare la repubblica della Turchia. E lo stesso Obama, nella sua visita nel 2009, lo aveva sottolineato.

Le proteste sembrano però mettere in dubbio che l’attuale Turchia possa essere un buon modello. Nel mio libro Cristianos y Leones (“Cristiani e Leoni”) ho evidenziato quelle che possono essere le chiavi per comprendere quel che sta succedendo. Da quando è arrivato al potere, nel 2002, Erdogan ha mantenuto uno scontro frontale con i giudici e l’esercito. Tra i militari e nella magistratura si sono rafforzati i resti del kemalismo, che è stato un sistema laicista sui generis imposto da Ataturk con l’instaurarsi della presidenza della nuova Turchia nel 1923, dopo la scomparsa dell’Impero Ottomano. La parola kemalista, di fatto, deriva dal secondo nome di Mustafa Ataturk, che è Kemal.

L’Occidente, fino a non molto tempo fa, appoggiava il kemalismo, perché gli sembrava un buono strumento per frenare l’avanzata del radicalismo in una zona così strategica. Ma ora molti, in Europa e negli Stati Uniti, hanno cominciato a cambiare idea e l’islamismo del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) di Erdogan, di cui prima si aveva molta paura, ha cominciato ad essere considerato una buona soluzione. Certamente è quanto ha suggerito Obama nel suo discorso del 6 aprile 2009, pronunciato durante una visita molto importante nel Paese, con la quale il presidente degli Stati Uniti ha di fatto scommesso sulla leadership della Turchia nella regione, ricostruendo la tradizionale amicizia turco-statunitense, che si era incrinata dopo che Bush non aveva potuto utilizzare il Paese come base per gli attacchi in Iraq.

Erdogan si sente forte, sa che la sicurezza energetica dell’Europa è nelle sue mani: il gas e il petrolio che arrivano nel Vecchio Continente dall’Asia Centrale transitano dalla Turchia, la loro consegna dipende dal Paese di cui ha in mano il governo. Il primo ministro turco ha preso sul serio “l’invito” dell’inquilino della Casa Bianca e, nel settembre del 2011, quando ancora non era chiaro come si sarebbe conclusa la primavera araba, si è recato in Egitto, Libia e in Tunisia. È stato ricevuto con ammirazione.

“La tournée del primo ministro turco Erdogan nel Nord Africa era diretta soprattutto alla popolazione e all’opinione pubblica di quei paesi, più che ai governi transitori”, spiega Aclimandos Tewfik, ricercatore associato egiziano alla Cattedra di Storia Contemporanea del mondo arabo al Collège de France. “La politica estera turca, che certamente è troppo raffinata e creativa per poter essere riassunta in poche parole, mira a ‘stabilizzare la regione’, diminuire le tensioni, moltiplicare le cooperazioni, creare un grande mercato comune”.

Il viaggio di Erdogan rispondeva alla strategia di costruire la nuova Turchia, teorizzata dal suo ministro degli Affari esteri, Ahmet Davutoglu. Costui è un ideologo dell’Islam politico, padre di quello che qualcuno chiama “neo-ottomanismo”. Nel suo libro Stratejik Derinlik (“Profondità strategica”) teorizza la necessità di non dimenticare il grande passato dell’Impero Ottomano: l’opposto di quanto sostenuto dal fondatore della Turchia moderna, Ataturk. Il modello di sviluppo di Davutoglu si basa su una democrazia parlamentare e un’espansione economica che ha come protagonista la borghesia islamica. Alla nuova Turchia non interessa avere il ruolo di Stato-cerniera tra Occidente e Oriente. Quello che propone Davutoglu è che la Turchia sia uno Stato leader del mondo arabo. E l’opinione pubblica appoggia l’idea.

Un sondaggio della German Marshall Fund, istituto con sede in Germania, segnalava, alla fine del 2011, che il 43% della popolazione turca considera più importanti le relazioni economiche e politiche con i paesi arabi rispetto a quelle con i paesi europei e l’America. La preferenza verso il mondo arabo è corrisposta. Erdogan è ammirato dai vicini per diverse ragioni: la politica estera, soprattutto la politica verso Israele, genera molti “seguaci” e lo sviluppo economico è invidiato. La nuova Turchia riesce a crescere a un ritmo del 9% l’anno e possiede grandi riserve di idrocarburi. È quindi un Paese che può rompere gli schemi diplomatici tradizionali. Come avvenuto nel 2009 quando Erdogan, durante il Forum di Davos, ha affrontato Simon Peres, presidente dello Stato ebraico. Il gesto gli ha fatto guadagnare molti punti, e non è stato un fatto isolato. Nel 2010, nella cosiddetta “flotta di Gaza” che cercò di rompere l’embargo imposto alla Striscia, viaggiavano molti turchi, e l’assalto dell’esercito israeliano alle barche che ne facevano parte causò la morte di nove persone.

L’Onu, in merito a qull’episodio, diffuse un documento in cui imputò allo Stato d’Israele di aver utilizzato la forza in maniera eccessiva, ed Erdogan espulse l’Ambasciatore israeliano in Turchia, divendo quindi, agli occhi di alcuni, un eroe.

Il 2012 è stato contrassegnato dalle frizioni con il regime siriano di Bashar al Assad, a causa dell’arrivo di un’ondata di rifugiati in Turchia provocata dalla guerra civile che affligge negli ultimi mesi la Siria e dalla tensione crescente. L’atteggiamento di Erdogan in questo conflitto è servito ad accrescere la sua importanza nello scacchiere della regione, ma la politica religiosa e quella verso la minoranza cristiana del nuovo eroe del Medio Oriente, continuano però a suscitare molti interrogativi e dubbi, non dipanati nonostante sia già al suo terzxo mandato

Nel giugno del 2011 Erdogan ha infatti ottenuto la sua terza vittoria elettorale. Non ha però raggiunto i 330 rappresentanti necessari per portare avanti la riforma costituzionale che aveva promesso, fermandosi al 49,9% dei voti, percentuale che presupponeva un appoggio molto ampio per rafforzare il suo progetto.

Nel 2002, quando vinse per la prima volta le elezioni, l’Akp era un partito del tutto sconosciuto, con esperienza solo nei governi locali ed Erdogan non era il suo candidato. Nel 1998, infatti, un tribunale lo aveva allontanato dalla vita politica per incitamento all’odio religioso, poiché aveva citato i versi di un poeta che chiamavano alla guerra islamica: “I minareti saranno le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”. Perché potesse tornare a fare politica è stato necessario cambiare la legge. Quel radicalismo sembra ora essere rimasto nel passato, ma Erdogan è riuscito ad arrivare alla guida di un governo musulmano.

Alcuni ne spiegano il successo con la sua capacità di dare voce al sentimento di appartenenza all’Islam e di superamento del vecchio laicismo. Questo sentimento non dovrebbe essere contro la democrazia. “L’Akp si è trasformato nella voce dei musulmani che erano stati dimenticati dal processo di modernizzazione della Turchia”, assicura Robert Koptas, direttore di Agos, il settimanale di lingua armena di Istanbul. “Il partito di Erdogan vuole dimostrare che i musulmani possono essere, in verità, democratici”, aggiunge. Alper Dede, analista politico dell’Università Zirve di Gaziantep, sostiene che i quadri del partito sono comparabili a quelli della Democrazia Cristiana italiana: “Quando nacque l’Akp, nel 2001, vi confluirono differenti forze. Al vertice del partito c’era gente come quella della Democrazia Cristiana. C’erano politici di centrodestra, ma non solo. C’era anche gente di tradizione islamista e di matrice laica”.

Prima di certificare che Erdogan sia riuscito a superare il laicismo di Ataturk e a costruire una vera democrazia in un Paese a maggioranza musulmana, bisogna prendere in considerazione molti altri fattori. Per quanto riguarda il laicismo, Luigi Padovese, il vescovo assassinato in Turchia nel 2010, spiegava che niente è esattamente quello che sembra: né Ataturk fu tanto laico come dicono, né Erdogan ha portato una rottura.

“La laicità turca”, disse Padovese, “è alla base dello Stato turco, ha dato una fisionomia alla Turchia, in altre parole – questo è merito di Ataturk – ha creato una Turchia senza le remore del passato e quindi molto distinta dalla situazione antecedente dove c’era anche uno strapotere religioso, un controllo della vita religiosa sulla società, dato che il sultano era anche califfo, cioè la massima autorità religiosa”. Ataturk avrebbe voluto un laicismo come quello francese. Ma la laicità turca “è sui generis perché, in fondo, l’orientamento sunnita nel quale si riconosce il 75% dei turchi è sotto il controllo diretto dello Stato. […] Dato che il culto è legato allo Stato, tutti i capi comunità – i muftì – sono impiegati statali e quindi vengono retribuiti dallo Stato. […] Questa è la situazione della Turchia, dove laicità significa controllo dello Stato sulla religione”.

Erdogan, come si faceva nel periodo del kemalismo, continua a interferire nel governo dell’Islam turco. E questo schema è anche quello che si applica, con frequenza, alla relazione con i cristiani. Al momento non si compie quello che ha chiesto Papa Benedetto XVI in uno dei suoi primi viaggi, nel 2006 in Turchia. Nei vari discorsi che pronunciò a Istanbul, chiese una libertà religiosa piena per il Paese e una collaborazione leale tra cristiani e musulmani. Un documento pubblicato nell’estate del 2010 dall’Agenzia Forum 18 certifica invece delle ingerenze: il governo turco si immischia nell’elezione dei patriarchi della comunità cristiana greco-ortodossa, nella vita della comunità armena e nella vita della comunità ebrea; nel caso dei sunniti elegge direttamente il presidente del Diyanet, l’istituzione che si occupa dei temi religiosi, che è la massima autorità in materia.

Ci sono stati alcuni segnali di cambiamento, ma “la strada è molto lunga e soprattutto bisogna vedere se alle parole corrispondono i fatti”, disse ancora monsignor Padovese. “In Turchia è importante non fidarsi tanto delle parole, ma dei fatti. Capisco che la situazione è difficile, che il governo deve fare i conti anche con degli avversari politici che sarebbero sempre pronti a strumentalizzare un gesto come la cessione di una chiesa ai cristiani, ma mi chiedo: è mai possibile che un governo eletto democraticamente, con una maggioranza in Parlamento, non sia capace di produrre gesti altamente simbolici e che riguardano le minoranze?”.

I cristiani perseguitati in Turchia, come i giovani che ora scendono in strada, sanno che Erdogan non è una buona soluzione.

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