Luca, tutto in un istante

Per LUCA DONINELLI, il fatto è che basta una cosa da niente a farci morire. Noi viviamo nel tentativo di dimenticare questa realtà. Leopardi lo chiama l’estremo inganno: credersi eterni

06.06.2013 - Luca Doninelli
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Immagine di archivio

E’ stata questione di un istante. Una dimenticanza. Un peccato veniale. E’ facile immedesimarsi in quel papà di Piacenza, il papà del piccolo Luca, che si è dimenticato Luca in macchina e Luca è morto. Un vuoto di memoria come tanti: sarebbe potuto succedere a tutti noi. Cosa facciamo? Ce la prendiamo con quel papà? Lo sconsiglierei. Tutti dimentichiamo sempre qualcosa. Se Luca non fosse morto ci sarebbe stato da ridere, eppure il peccato è lo stesso, una cosa da niente. Il fatto è che basta una cosa da niente a farci morire. Noi viviamo nel tentativo di dimenticare questa realtà. Leopardi lo chiama “l’estremo inganno”: credersi eterni. Su questo evento non ci sono commenti da fare: solo pregare, e piangere con quel papà, per il quale d’ora in poi la vita non sarà più quello che è stata. Ma poiché da nessuna parte sta scritto che la vita di questo papà sarà più brutta, e che il rimorso lo perseguiterà sempre, vorrei sottolineare tre parole, che questo evento ha richiamato in me. La prima è la parola “istante”. Il fatto che noi veniamo al mondo in un istante e in un altro ce ne andiamo, e che si tratta di istanti non speciali, ma uguali a tutti gli altri, ci fa riflettere sulla grandiosità di ogni istante.

In ogni istante si giocano la vita e la morte, ogni istante è decisivo, nella vita non ci sono momenti di passaggio, anche se noi spesso viviamo come se dormissimo, incuranti del Salmo che dice “li annienti, li travolgi nel sonno”. La seconda è la parola “dimenticanza”. Essa è il vero orrore. E’ una cosa normale, certo, ma la sua normalità può inghiottire un bambino. Ma di cosa ci dimentichiamo? Di Dio. E’ sempre di Dio che ci dimentichiamo. Perciò la Chiesa ci esorta sempre a “fare memoria”: non per fare di noi dei bigotti o per metterci paura con l’inferno, ma per insegnarci a stare di fronte alla realtà, che è di Dio. Altrimenti diventa insopportabile, e noi in un modo o nell’altro cerchiamo vie di fuga. Qualcuno si uccide, qualcuno ruba e diventa ricco, qualcuno esercita un piccolo potere, qualcuno dimentica un bambino in macchina. La terza è la parola “povertà”. Dio mio, come siamo poveri! Basterebbe un filo di realismo per rendercene conto! La scrittrice Flannery O’Connor scriveva che “non si può essere più poveri che da morti”. D’accordo, ma anche chi viene al mondo è povero, e anche la mamma che prende in braccio il suo bambino appena nato è povera, perché non può fare altro che quello che fa. Certo, potrebbe rifiutarlo (succede) tuttavia l’azione naturale è quella di dire di sì. Tutta la libertà umana sta in quel “sì”.

Nessuno vuole dare colpe a quel povero papà, però nel nostro quotidiano dimenticarci di tutto c’è il segno di una vita fatta soprattutto di illusioni. Ci crediamo chissà cosa, pensiamo che la nostra vita consista in chissà cosa. Questo è il problema. Ma Luca adesso è vicino a Gesù e prega per il suo papà. Non è un pensiero bigotto, questo. Se non fosse così, potremmo sperare al massimo che ci vada bene, che non dimentichiamo mai il bambino in macchina o il gas acceso. Ma saremmo comunque dei disperati. Invece Luca è in cielo, tra le braccia di Chi lo ha voluto e creato. Ed è per questo che ogni istante può essere nuovo, e anche il papà di Luca potrà, se lo vorrà, avere una vita felice: perché l’ultima parola sulla vita non è nostra, mai.

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