Perché “vendiamo” Gesù?

- Federico Pichetto

Come Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, venduto dai fratelli per venti monete d’argento, anche noi ancora oggi continuiamo a vendere Gesù per diversi motivi. Lo dice FEDERICO PICHETTO

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(InfoPhoto)

La storia di Giuseppe ha accompagnato molte delle persone che questa settimana hanno partecipato alla Messa feriale. Si tratta di una delle storie più profonde dell’antico testamento al cui centro sta un giovane – Giuseppe appunto – che vede un mondo che gli altri suoi undici fratelli non vedono. La sua presenza è intollerabile e, per questo, viene venduto in maniera rozza e miserabile. Il dramma sta tutto qui: un uomo è venduto dai suoi fratelli, gli stessi con i quali è cresciuto e ha guardato tutto. Sembra una storia impossibile. Eppure la tradizione ha sempre associato questa vicenda a quella di Gesù, presenza irriducibile, che Giuda stesso arrivò a vendere per trenta denari. Gesù aveva dato tutto a quella gente, senza di Lui gli apostoli non sarebbero stati niente se non uomini con un dramma enorme nel cuore che – prima o poi – avrebbero imparato a sopire, anestetizzare e spegnere. Eppure lo vendettero al potere religioso e politico del tempo. E chi non lo vendette fuggì. Solo il Padre non abbandonò Giuseppe, solo il Padre non abbandonò Gesù.

Racconto questa storia perché non di rado anche noi vendiamo le presenze vive della nostra vita, quelle che ci disturbano o ci mettono in discussione e alle quali dobbiamo tutto ciò che di buono siamo, in cambio dei nostri trenta denari. Noi continuiamo, ancora oggi, a vendere Gesù. Lo facciamo in nome delle nostre idee cristiane per cui, di fronte a Papa Francesco che va a Lampedusa o a Emma Bonino che presenta la nuova edizione del Meeting di Rimini, non prevale in noi la curiosità di capire che succede, non c’è in noi la mossa di salire sul sicomoro per vedere se – per caso – non stesse passando davvero Gesù. No. Allo splendore della Sua Presenza noi sostituiamo le nostre idee cristianeggianti che – ormai – possono vivere anche senza di Lui.

Si rilasciano così patenti di ortodossia o di eterodossia da tribunali improvvisati sui giornali e sul web, niente di più e niente di meno di ciò che facevano i membri del Sinedrio in un altro celebre processo di duemila anni fa. E nessuno può parlare o provocare perché pensare mette in crisi molte certezze e non conviene disturbare la vita di chi ha già deciso tutto e non aspetta più niente. Noi, infatti, tolleriamo molte cose nella vita, ma non il fatto che Cristo sia ancora vivo, che la Sua Presenza ci provochi e ci incalzi. Siamo incapaci di sentire così tanto il dramma dell’esistenza da chiederci: “come si fa a vivere questa cosa?”. Eppure solo quando la realtà ci mette in ginocchio a domandare, allora – solo allora – siamo veramente vivi. Ma Gesù lo si vende anche per altro. Spesso lo vendiamo per le nostre sicurezze borghesi per cui costruiamo, in nome della famiglia cristiana, dei veri e propri nidi dove ci si difende l’uno con l’altro e dove domina – spietato – il pettegolezzo e il giudizio sugli altri. Si creano così fortini di potere in seno alle comunità, fortini che sempre riescono a riciclarsi in ogni stagione della vita e della Chiesa, perchè dotati di difese ancestrali che impediscono a qualunque novità di mostrarsi in tutta la sua dirompenza, facendo in modo che tutto venga assorbito e ridotto come “un bello spettacolo”.

Eppure solo quando la realtà ci mette in ginocchio a domandare, allora – solo allora – siamo veramente vivi. Ma Gesù lo si vende anche per altro. Spesso lo vendiamo per le nostre sicurezze borghesi per cui costruiamo, in nome della famiglia cristiana, dei veri e propri nidi dove ci si difende l’uno con l’altro e dove domina – spietato – il pettegolezzo e il giudizio sugli altri. Si creano così fortini di potere in seno alle comunità, fortini che sempre riescono a riciclarsi in ogni stagione della vita e della Chiesa, perché dotati di difese ancestrali che impediscono a qualunque novità di mostrarsi in tutta la sua dirompenza, facendo in modo che tutto venga assorbito e ridotto come “un bello spettacolo”.

Mi fa sorridere, in questo senso, quando dopo Messa la gente mi viene a dire “bella omelia”. Già, penso io, sarà la millesima che faccio, ma nella tua vita – a furia di ascoltare le mie “belle omelie” – che cosa è stato messo in crisi? Che cosa è cambiato? Il cuore di un prete non gioisce ai complimenti del popolo, ma alla conversione del gregge. Altrimenti il pastore sarebbe solo un mercenario che sfrutta Gesù Cristo per un inquietante ritorno narcisistico senza il quale, lo stesso pastore, vacillerebbe.

Infine – e non è poco – noi Gesù lo vendiamo per ottenere in cambio un sentimento “normale” di noi stessi. Quante volte rinunciamo a pensare o a lavorare dentro di noi accontentandoci di essere in linea col pensiero dominante del mondo o della comunità cristiana? Quante volte prendiamo le distanze da amici e fratelli per recuperare la nostra violata libertà? Siamo fatti così, c’è poco da fare. Il nostro ideale pagano di normalità e di benessere riduce l’esistenza ad uno schema cui i fatti che accadono si devono adeguare. Così, tutto ciò che è diverso dal nostro standard, è malato, difettoso, bisognoso di essere riassestato. Raramente – infatti – accettiamo di seguire ciò che ci affascina quando in cima al monte si intravede la Croce, che poi non è altro che il tentativo di Dio di farci fare un salto per uscire dal mondo in cui le cose finiscono per passare al mondo in cui le cose durano.

La nostra testardaggine è così monumentale che mostriamo segni di risveglio solo quando, per una misteriosissima misericordia, siamo obbligati ad attraversare croci dolorosissime e laceranti come una malattia o la perdita di una persona cara. Da questo si capisce che la nostra umanità non è ferita perché si comporta male, ma che la nostra umanità è ferita perché ha smesso di imparare. In nome del nostro orgoglioso senso di noi stessi anche oggi, come secoli fa, facciamo fuori Cristo e vendiamo Giuseppe. 

Fa impressione, però, vedere come entrambe queste due storie si concludano: esse svelano che l’origine del male non risiede nell’invidia o nella rabbia verso i protagonisti delle singole vicende narrate, ma nella sfiducia che i fratelli di Giuseppe e i discepoli di Gesù nutrono verso il proprio Padre. Come è difficile, infatti, avere un Padre! Ribelli, anarchici, orgogliosi, scappiamo tutta la vita da quella Presenza che – come il colombre di Buzzati – desidera soltanto consegnarci la perla più preziosa di tutti i mari. 

Di fronte a tutto questo Dio non si perde d’animo e continuamente, giorno dopo giorno, ci viene a cercare. Perché la nostra vita ha un destino molto semplice: noi saremo felici solo quando torneremo a casa. E il fascino e la nostalgia di casa, di quello che abbiamo visto e che ci ha sgomenti, non si seppellisce sotto alcuna pietra. Nemmeno sotto quella pesantissima delle nostre, appropriate e cristianissime, giustificazioni morali.

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