Voci d’estate

Per PIGI COLOGNESI, d’estate la città offre alla vista spettacoli inconsueti. E porge anche all’udito voci che quando si stava ognuno tappato in casa sua non si sentivano mai

15.07.2013 - Pierluigi Colognesi
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Immagine di archivio

D’estate la città offre alla vista spettacoli inconsueti: colori, forme e visi che l’inverno teneva nascosti. E porge anche all’udito voci che quando si stava ognuno tappato in casa sua, le finestre ben chiuse, non si sentivano mai. Ora, ad imposte spalancate, la città dice cose inattese: lo scomposto vociare della compagnia del palazzo di fronte che sta facendo una festa, le bambine che si rincorrono e richiamano da una parte all’altra del ballatoio, il ragazzo che racconta all’amico la sua giornata in ufficio urlandone i particolari nel telefonino, la signora che ininterrottamente tossisce.

Ma anche altre voci hanno attratto di recente la mia attenzione. A un centinaio di metri dalla casa in cui abito c’è un palazzo in ristrutturazione; tutto impacchettato da ponteggi e teloni di riparo. Per una quindicina di giorni verso le sei di sera, finito il turno di lavoro degli operai, un fastidiosissimo allarme antifurto cominciava a scattare. Trenta, quaranta secondi di ululati intermittenti e poi il silenzio. Giusto il tempo per pensare «meno male!» e la sirena riprendeva, sovrastando il brusio del traffico e ogni altra voce della città; così per un bel po’, fino all’ora di cena e oltre.

Qualcuno deve essersi lamentato e adesso il quotidiano tormento è cessato. Ma prima ho fatto in tempo a farci su qualche pensierino. Ovviamente all’inizio ero solo infastidito; poi, dato che non potevo evitare di avere quotidianamente le orecchie perforate da quel suono acuto e insistente, mi sono chiesto se per caso non dicesse qualcosa. Ho scoperto che assomiglia stranamente ad un grido di soccorso, ad una insistente richiesta di aiuto; in certi momenti sembrava addirittura il vagito di un bambino disperato. Qualche giorno dopo ho sentito giù nel cortile il pigolio di un merlotto; caduto dal nido, si ritrovava abbandonato e invocava chi l’aveva messo al mondo di prendersi cura di lui e di nutrirlo. È andato avanti per un paio di giorni poi non l’ho più né visto né sentito.

Ma quei due giorni sono stati sufficienti per rendermi conto che il suo regolare, insistente, implacabile lamento era anch’esso una domanda, un’invocazione. «La creazione stessa – dice san Paolo – geme e soffre nelle doglie del parto»; essa, persino quella inanimata e quella animale «aspetta la redenzione» e quindi la implora. Noi – il livello in cui la creazione si fa autocosciente – magari ce ne dimentichiamo, facciamo finta di niente, ed allora l’anonimo e fastidioso richiamo di un allarme o il sommesso gemito di un animaletto ci invitano a ricordare.

Da quando ho pensato così, le altre voci che entravano nelle mie finestre hanno cambiato di colore: gli amici festaioli, le bambine scapestrate, il giovane indiscreto e la signora dalla tosse isterica dicono tutti parole che nella loro ultima essenza sono domanda – la mia stessa domanda – di redenzione. Se glielo dicessi, probabilmente mi prenderebbero per matto e mi direbbero che il caldo mi ha dato al cervello, ma io sono contento di averlo intuito perché così tutti loro – che pur non conosco – mi sono diventati imprevisti compagni di cammino.

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