Il pregiudizio del nostro cuore

Gli Stati Uniti sono ancora fermi a giudicare la sentenza sul caso Zimmerman, che tocca un nervo scoperto della loro identità nazionale: il razzismo. Ne parla LORENZO ALBACETE

24.07.2013 - Lorenzo Albacete
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Un amico, del quale apprezzo grandemente l’intelligenza e le osservazioni, mi ha inviato una email con la sua contrarietà a che la reazione di Jesse Jackson alla sentenza su Zimmerman venga usata come una rivelazione sullo stato delle relazioni interrazziali in questo Paese.
Ecco cosa ha scritto: “Non sono d’accordo con la tua opinione sul Reverendo Jackson e altri come lui. Per quanto importante, efficace e nobile sia stato il loro impegno per i diritti civili, ora si è ridotto a un fanatismo autocommiseratorio e opportunistico, che contribuisce ad infiammare gli opposti estremismi, progressisti e conservatori… Nell’uccisione di Trayvon Martin c’è già sufficiente tristezza. Il soffiare sul fuoco della divisione sociale e politica produce solo un’altra inutile tragedia….
Dove sono le voci della ragione che (ci) aiutano… a vedere la differenza tra una reazione, giustificabile emotivamente, alla tragica morte di Martin e la ingiustificabile condanna di un sistema giudiziario (come non al servizio della giustizia)…
Nel dibattito pubblico sugli aspetti razziali di questo caso si dovrebbero separare nettamente due aspetti: 1. Il razzismo era presente nelle azioni di Zimmerman?… Obama ha affrontato questo aspetto in modo eloquente e commovente… 2. Vi è stato razzismo nello svolgimento del processo e nella sentenza” o l’accusa ha perso perché “vi era sufficiente ‘ragionevole dubbio’ (e) i giurati non avevano altra scelta che votare contro la condanna?”
“E’ un peccato che Jesse Jackson e Al Sharpton non usino il loro potere e (i giovani capiscono questa distinzione) per incoraggiarli a conservare la loro fiducia nel sistema giudiziario… Abbiamo bisogno di voci ragionevoli, di ricerca di comprensione, di apertura e di ricercare le cause delle tensioni sociali nella nostra società e individuare i modi per risolverle. Ciò di cui non abbiamo bisogno sono le voci di chi vuole dipingere ogni incontro ostile tra bianchi e neri con l’accusa di razzismo. Le comunità nere, e bianche, meritano di meglio.
Come ha fatto notare Obama nel suo briefing alla Casa Bianca: ‘ Dobbiamo dunque essere vigilanti e lavorare su queste questioni e quelli di noi che hanno responsabilità devono fare il possibile per esaltare gli aspetti migliori della nostra natura e non usare di questi episodi per aumentare le divisioni.” Bene.
La protesta di questo mio amico mi ha spinto a dedicare un altro editoriale a questo argomento, lasciando per la prossima settimana le mie osservazioni sulla risposta americana alla visita del Papa in Brasile. Concordo completamente con le osservazioni del mio amico sull’importanza del sistema delle giurie e sul bisogno di riflettere su come esso contribuisca a eliminare dalle nostre sentenze gli effetti dei nostri pregiudizi. 

Non ho presentato, né voglio presentare, Jesse Jackson come un modello di risposta all’uccisione di Trayvon Martin. La mia citazione di Jackson deriva dalla mia esperienza personale nel mettere a confronto la lotta per i diritti civili e l’elezione del primo Presidente afroamericano e, poi scoprire, giustamente o no, che abbiamo solo iniziato a scalfire la ferita del pregiudizio nel nostro cuore. 
Ciò di cui mi lamentavo è la copertura del pregiudizio con il “politically correct”, e definirlo progresso. E sono completamente d’accordo e apprezzo il messaggio del Presidente Obama sulla sua personale esperienza di razzismo.
Io sono del tutto un bianco e mi si chiede continuamente di spiegare perché non ho l’aspetto del portoricano. Questo mi ha fatto sperimentare il razzismo in alcuni dei miei amici, per non parlare di quelli che non mi conoscono. Penso solo che Jesse Jackson abbia sofferto per il razzismo molto più di quanto abbia sofferto io.



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