Piazza Tahrir non è il Concertone del 1° Maggio

La situazione in Egitto si fa sempre più preoccupante. La frattura sociale e religiosa del paese è netta e la ‘primavera’ tarda ad arrivare. Il commento di LUCA DONINELLI

06.07.2013 - Luca Doninelli
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Piazza Tahrir (InfoPhoto)

Soltanto ieri gli osservatori occidentali parlavano, a proposito dell’Egitto, di golpe popolare. La protesta della piazza, giustificando l’intervento dell’esercito, aveva provocato dopo soltanto un anno la fine della fragilissima democrazia in quel meraviglioso paese. Ma c’era fretta di legittimazione, e la parola democrazia è finita in sottordine, difesa com’era da un uomo, Mohammed Morsi, che in un anno aveva fatto in tempo a screditarsi davanti agli occhi del mondo intero e soprattutto del suo paese (compresi molti di coloro che lo avevano votato). Un attacco alla democrazia, dunque, ma non condannabile più di tanto perché – sono gli strani casi della storia – questa volta dalla parte della democrazia c’erano i “cattivi”. La sidrome del cowboy tipica della politica estera americana aveva trasformato i Fratelli Musulmani (su cui permane, grave, l’ombra dell’assassinio di Anwar el-Sadat nel 1981) in una specie di Democrazia Cristiana dell’islam, tradizionalista e moderata.
Io non sono un politologo, sono soltanto uno scrittore e una persona che ama profondamente l’Egitto. E ho tanti amici che condividono questo amore. Che questo paese covasse un enorme malessere si capiva da decine di anni.
C’era da fare i conti con lo sviluppo di una società che viveva per oltre la metà nelle grandi città (solo l’agglomerato del Cairo conta una ventina di milioni di abitanti), con un terziario sviluppato, un’alta percentuale di laureati e dove le donne avevano un ruolo sempre più importante nella società.
In uno dei più importanti paesi turistici del mondo esistevano molte discriminazioni – con i cristiani tenuti in subordine rispetto alla maggioranza musulmana – ma era in corso un processo di laicizzazione che sembrava inevitabile. Inoltre, la posizione dell’Egitto e di una città-chiave come Il Cairo nel quadro geopolitico internazionale lasciava pensare a un destino sicuramente più turco che iraniano.
Tutto questo venne col tempo a cozzare contro il tipico sentimento antiamericano del mondo islamico che, nel processo di globalizzazione, sembrò virare verso una radicalizzazione degli aspetti legalistici-normativi della religione islamica. L’immagine del musulmano come un individuo cupo, una specie di burocrate della religione, intransigente e a volte violento, prevalse su quella dell’uomo di fede, del pellegrino della Mecca.
Se questa contesa tra modelli inconciliabili (anche se rappresentati da due paesi amici quali l’America e l’Arabia Saudita) ha assunto negli anni scorsi il volto di una faida religiosa tra copti e musulmani, era chiaro come il sole che la sua origine non era religiosa.

Il fatto è che l’Egitto era una polveriera, e quello che dà più dolore è il dover constatare che questa polveriera rischia di esplodere, con conseguenze difficilmente prevedibili, nel momento in cui le esigenze elementari di quel popolo, il bisogno di vivere una vita più dignitosa, di una prospettiva di lavoro per tutti, di ridare vita alle immense risorse prima di tutto umane del paese, venivano espresse nel modo più semplice e diretto. Perché piazza Tahrir non è come il concertone del Primo Maggio a Roma: piazza Tahrir ci racconta una storia di dolore e di dignità che però oggi rischia di rovesciarsi in qualcosa di terribile, in atti di ferocia e di odio, Dio non voglia in guerra civile. 
Purtroppo il dominio degli eventi non è mai garantito: ci sono forze capaci di ridestarsi improvvisamente dal letargo e di mandare in polvere tutte le banche-dati del mondo. La mia speranza, fondata, è tutta negli egiziani. In tanti anni si sono dimostrati capaci di non farsi schiacciare dai poteri forti in lotta e dai loro modelli di società, dall’oppressione del capitale e da quello della religione imposta. E’ a questo grande popolo che occorre pensare in queste ore di dolore, è ad esso che dobbiamo il nostro aiuto, dimostrando – almeno una volta! – di non essere sempre (il caso Snowden insegna) e solo conniventi con i più forti.



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