Brunetto Latini e la degradazione dell’io

- Pierluigi Colognesi

Centrare l’esistenza su un particolare, per quando importante o virtuoso – afferma PIGI COLOGNESI – impone di rinunciare alla fondamentale esigenza di unità della persona

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Il volto più caro a Dante fra tutti quelli incontrati nell’inferno è senz’altro quello del suo antico maestro ser Brunetto Latini. L’attuale condizione di quel volto – che è quella definitiva, quella che eternamente durerà – è, di contro, la più straziante. Nell’enorme differenza di potenziale tra l’autorevole magnanimità del viso di Brunetto rispettato e onorato quand’era in vita e la tragica devastazione di quello stesso viso come ora Dante trova nell’oltretomba scatta la struggente drammaticità di questo incontro, descritto nel quindicesimo canto.

Brunetto era uno degli intellettuali più importanti della Firenze in cui Dante muoveva i primi passi come poeta, si apriva agli interessi della filosofia e si impegnava nell’agone politico. Un intellettuale non estremamente originale, ma probo, attento ai valori morali necessari alla convivenza civile, stimato. Dante cercava la sua conversazione, lo accompagnava per apprenderne l’alto insegnamento, imparava da lui «come l’uom s’etterna», cioè come una persona di elevati sentimenti e nobili ideali può in qualche modo – appunto con la fama che si attribuisce ad un uomo per bene – oltrepassare la soglia della morte. Ed è appunto in questa troppo limitata risposta all’esigenza umana di eternità che sta il limite che il Dante ormai adulto riconosce al suo antico maestro: di ben altra eternità che non quella attribuita dalla fama o da un devoto ricordo ha bisogno lo spirito umano! Ha bisogno di quella eternità che Dante sta cercando attraverso il suo viaggio ultramondano e che sperimenterà nell’incontro con l’Eterno. Brunetto si era fermato prima di questa apertura in cui il suo discepolo si è inoltrato, ha spezzato le ali del desiderio radicale. Ed è straordinario constatare che oggi il suo nome dura – si è «eternato» – grazie proprio alle parole di quel discepolo che è andato ben al di là del suo insegnamento.

Brunetto, però, si trova all’inferno non perché non crede nella vita eterna – come invece accade a Farinata e Cavalcante, i due altri grandi fiorentini ricordati nel canto decimo, che ha parecchi rimandi con quello di cui stiamo parlando –, bensì perché sodomita.

Questi peccatori si trovano nel terzo girone del settimo cerchio dove sono puniti i violenti contro Dio; in questo caso indirettamente violenti contro Dio in quanto macchiati del peccato «contro natura», che di Dio è figlia. Questi peccatori stanno tutti su un sabbione arido e infuocato come un deserto a mezzogiorno e per di più dal cielo scendono a torturarli delle larghe falde di fuoco da cui cercano inutilmente di farsi schermo con le mani. Proprio per questa pena il volto di Brunetto è «cotto», «abbruciato» e il poeta fa fatica – come un vecchio sarto che deve infilare un ago in una stanza non ben illuminata – a riconoscere dietro quei lineamenti sfigurati il viso del vecchio maestro, la sua «cara e buona imagine paterna». Dante non descrive in nessun modo il peccato qui punito, che Brunetto stesso bollerà spregiativamente – «al mondo lerci», i «mal protesi nervi» -, ma questo è ancora più emblematico della insufficienza di irreprensibile moralità civile e rigore intellettuale a dare all’uomo ciò di cui ha bisogno veramente e che magari va cercando proprio in quel «lerciume». Come dire che l’«emergenza» uomo significa anche non sacrificare il bisogno di unità della persona: essere virtuosi solo in un ambito, seppure importante e socialmente visibile, non salva l’uomo dalla degradazione.

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