Pasolini e l’emergenza uomo

- Fernando De Haro

Domenica comincerà il Meeting di Rimini, l’evento culturale più importante dell’estate europea. Il titolo di questa edizione è “Emergenza uomo”. Il commento di FERNANDO DE HARO

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(Infophoto)

Domenica comincerà il Meeting di Rimini, l’evento culturale più importante dell’estate europea, almeno come espressione popolare. Ma né in Spagna, né in America Latina se ne hanno molte notizie. Forse è un sintomo del “nuovo giornalismo”, quello che ha fatto sì che il ragazzo che vende i giornali per strada (Amazon) sia diventato editore di una delle testate più prestigiose del mondo (il Washington Post). Il titolo della kermesse di Rimini è “Emergenza uomo”. Perché l’uomo è un’emergenza in questo inizio del XXI secolo?

Un tasso di disoccupazione superiore al 12% nell’Eurozona è un’emergenza per gli europei che rischiano di perdere una generazione di giovani. Una forte crescita squilibrata in America Latina, dove la classe media non riesce a consolidarsi e dove ancora manca trasparenza e stabilità istituzionale in molti governi, è un’emergenza. Come lo è anche l’inedita polarizzazione della vita politica negli Stati Uniti, il radicalismo del suo Presidente e l’incapacità di risolvere il problema dell’immigrazione. La mancanza di leadership culturale dell’Occidente in un mondo sempre più Orientale e, quindi, con profili antropologici molto diversi, è un altro fattore di allarme. Lo è anche la diffusione di esperienze religiose che non vogliono saperne della ragione o la crescita del terrorismo islamico.

Queste e altre sono le emergenze che riguardano l’uomo del XXI secolo. Altre sono scomparse: l’Economist nel suo Megachange (le previsioni per il 2050) dice che né l’aumento della popolazione, né il maggior bisogno di cibo, né altri vecchi “terrori” sono rimasti vivi. Ma ciò di cui il settimanale britannico non parla è la confusione. Che può essere la parola giusta per definire questi anni. Pensavamo che la storia fosse cambiata, che la tecnologia avrebbe reso possibile una crescita senza fine e che la vita quotidiana sarebbe stata in qualche modo differente – più felice, meno drammatica. I più anziani credevano che il cambiamento era possibile con il sogno degli anni ‘60, i più recalcitranti ancora sostengono le soluzioni degli anni ’80 che ci hanno condotto all’attuale disastro. E la generazione dei giovani? I giovani cercano nei loro smartphone un sorriso del destino e ci trovano una smorfia.

Siamo figli dell’ottimismo ingenuo del secolo scorso. E abbiamo scoperto che il tempo passa e tutto continua a restare dov’era. È la confusione che Hannah Arendt ha definito così bene quando descriveva l’abisso che in un momento della storia si aprì tra il pensiero (il significato) e l’azione. “Tutta l’attività di pensiero che non fosse un semplice calcolo di mezzi per ottenere un fine predeterminato è passata a interpretare il ruolo del post-pensiero (è diventata irrilevante). E l’azione, da parte sua, è diventata priva di senso, regno dell’accidentale e della casualità, sopra cui non giungono le luci immortali dei grandi fatti di alcun tipo”.

L’emergenza è la confusione che separa i fatti dal significato, la vita nelle mani del caso. È una maledizione da cui non sono risparmiati nemmeno molti cattolici, perché la fede, in troppe occasioni, si è trasformata in qualcosa di poco reale. Vedremo cosa ci diranno gli ospiti del Meeting su questa situazione. Per ora conviene ascoltare Pasolini quando raccomanda: “Non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci”.

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