Stop ai nazionalismi

- Giorgio Vittadini

L’incontro inaugurale del Meeting, ospite il premier Enrico Letta, sarà dedicato alla mostra “Sinfonia dal nuovo mondo: un’Europa unita, dall’Atlantico agli Urali”. GIORGIO VITTADINI

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De Gasperi, Adenauer e Schuman nel 1951 (Immagine d'archivio)

I problemi di politica interna, fomentati da opposti estremismi, politici e mediatici, uniti a episodi che gettano ombre sul funzionamento corretto di alcuni apparati dello Stato, sembrano aver fatto dimenticare temi considerati fino a poco tempo fa, giustamente, cruciali. Uno di questi è la collocazione del nostro Paese in Europa. Se da una parte gli Stati nazionali non sono più il livello politico adeguato per confrontarsi con le altre potenze mondiali e la recessione sta peggiorando la situazione di molti giovani e anziani, dall’altra, i vincoli di bilancio, il fiscal compact, lo spread, possono essere determinanti nell’affossarci del tutto. Aveva ragione chi, solo qualche mese fa, invocava l’uscita dall’euro o addirittura dall’Unione europea? Quali sono i rischi e le opportunità nell’appartenere all’Unione Europea? Quali sono i fattori imprescindibili di cui tener conto nella valutazione di tale rapporto?

È quanto si discuterà nella giornata inaugurale del Meeting di Rimini il prossimo 18 agosto in un incontro in cui verrà presentata la mostra “Sinfonia dal ‘nuovo mondo’. Un’Europa unita, dall’Atlantico agli Urali”, e dove interverrà il premier Enrico Letta e, con un’intervista video, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il Meeting di Rimini, quest’anno dedicato al tema “Emergenza uomo”, fin dalle sue prime edizioni ha dedicato un’attenzione particolare all’Europa, nella consapevolezza che questa è la dimensione geografica naturale che ospita ciò che fonda la nostra civiltà. Un’Europa dall’Atlantico agli Urali, formata da quei popoli che hanno fatto loro innanzitutto il valore unico di ogni essere umano e quindi la sua libertà di espressione, d’educazione, d’impresa, religiosa. Un’idea di uomo non come individuo isolato, ma come essere relazionale, che ama la diversità, tanto quanto la convivenza pacifica.

Come documenta la mostra, dopo i nazionalismi di Otto e Novecento, che hanno generato le ideologie e i regimi totalitari che hanno portato a guerre disastrose, quasi miracolosamente, dal secondo dopoguerra, uomini lungimiranti hanno iniziato il processo di unificazione nella convinzione che “ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide”. Questo lo spirito dei fondatori (De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet, Spinelli) e dei “ri-fondatori” europei degli anni Ottanta (Kohl, Andreotti, Delors, Wojtyla, Havel, Walesa) che la mostra mette in luce.

Ne è nata un’Europa come luogo delle libertà, dello sviluppo e della pace che ha permesso un grande sviluppo e un lungo periodo senza guerre, come ricorda il Nobel per la pace del 2012 all’Unione europea, un vero nuovo mondo. Passato glorioso seppellito dalla crisi e da generazioni di uomini non all’altezza dei fondatori? Il racconto di studenti, professori, imprenditori, operatori sociali, ricercatori, esponenti della comunità scientifica, persone di diverso credo ed etnia, testimoniano come, nonostante le tante difficoltà e complicazioni, questa Europa dei popoli c’è, si muove, cresce. 

Studiare, lavorare, intraprendere, viaggiare, ricercare, costruire reti di solidarietà e appartenenze ideali, in una dimensione europea, è già un’esperienza quotidiana e una possibilità concreta per chi lo desideri. Certo, perché questa possibilità sia sostenuta, sarà decisiva l’identità che l’Unione europea sceglierà lungo il suo cammino prossimo. Non può essere un Europa corporativa, burocratica, chiusa in egoismi economici, ma un luogo di unità nella diversità che, rimanendo fedele alle sue radici, possa tutelare l’uomo nella sua integrità, valorizzando tradizioni, ideali, religioni, culture. Né è concepibile un’Europa che scardini la concezione di uomo che l’ha fondata, ma piuttosto che ribadisca quei principi già contenuti nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E deve smettere di essere l’Europa delle burocrazie e delle grandi cancellerie stataliste e nazionaliste, per divenire una realtà in cui sia centrale il ruolo del Parlamento Europeo, e in cui giochino un ruolo determinate la sussidiarietà verticale e orizzontale, di cui sono protagoniste le regioni e le realtà sociali, oggi spesso senza interlocutori nei palazzi di vetro di Bruxelles. Impossibile tutto questo senza ciò che si dà comunemente per scontato: una continua educazione agli ideali che costituiscono le radici dell’Europa.

Giorgio Vittadini è presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

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