La compagnia di Francesco

- Luca Doninelli

LUCA DONINELLI sull’incontro del Papa con i reali di Giordania: un uomo semplice che spazza via la geopolitica e le strutture e ci indica la strada vera, quella della realtà così com’è

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Papa Francesco (Infophoto)

Che senso ha la visita di Abdallah e Rania di Giordania – un paese musulmano confinante con la Siria, con Israele e con lo Stato Palestinese – a Papa Francesco? 

D’un tratto scopro che la geopolitica non m’interessa più, che i venti di guerra che soffiano impetuosi non spazzano l’intero orizzonte della storia. C’è qualcos’altro, ed è forse il meglio.

La domanda è: che senso ha per me, qui, adesso, la visita di Abdallah e Rania al Papa? Il tempo della vita passa, e il bisogno che abbiamo di vedere il nesso di questa vita con tutto quello che accade è sempre più urgente, chiede risposta.

Quand’ero un giovane intellettuale mi rivestivo con i miei discorsi, ma la storia, pur continuamente chiamata in causa, restava sullo sfondo, là dove si ammassano tutte le cose che ci servono solo come pretesto per dire la nostra, per affermare noi stessi. 

Ma oggi la ferita è più evidente, e la vista di questo Papa che accoglie due sovrani musulmani con il solito sorriso, dicendo loro “welcome” un po’ come disse “buonasera” a tutto il mondo il giorno della sua elezione, mi riguarda profondamente.

Il primo pensiero è che, almeno così sembra, Papa Francesco non si chiede se il suo interlocutore sia cristiano o musulmano, credente o no, etero o omo. E’ una persona, e in questo risiede la sua grandezza. 

Per decenni ho assistito ai passi avanti e a quelli indietro del cosiddetto dialogo interreligioso, cauto e diplomatico, sempre esposto alle bufere della geopolitica, fragile e delicato. E ho guardato con rispetto coloro che lo conducevano, ammirando l’infinita pazienza di un lavoro che somiglia tanto alla tela di Penelope. 

Eppure, che senso avrebbe tutta questa fatica senza la coscienza che a dialogare non sono le culture e nemmeno le religioni ma gli uomini in carne e ossa, con le loro idee, le loro passioni, i loro limiti? Se vuoi fare qualcosa d’importante mettiti in gioco completamente. Anche in letteratura è così: se vuoi fare un discreto romanzo, usa le tue qualità, ma se vuoi fare un grande romanzo, allora ci vogliono anche i tuoi limiti. 

Questa è la prima parola, fondamentale, che l’incontro di Roma mi ha suggerito: se vogliamo incidere nella storia dobbiamo metterci in gioco completamente, senza limitarci alle sigle, ai distintivi e alle formule identitarie. Chi ti incontra sono “io”, non “io in quanto ecc.”

Ma c’è un secondo suggerimento che il sorriso pieno di intelligenza, la semplicità disarmante di quest’uomo invia direttamente al nostro cuore, senza bisogno di complicate congetture. 

Tanti di noi si trovano in una situazione di difficoltà, e constatano che coloro che guidano il mondo non sono molto interessati a toglierli da questa difficoltà. Siamo preoccupati per il nostro lavoro e per quello dei nostri figli, per la scuola, per il futuro non molto chiaro, per la guerra, per la situazione del governo. Ora ci è chiaro che la politica non ci salverà la vita. 

In una situazione come questa non bastano più le buone parole (quelle dei politici ma anche quelle dei preti, inclusi i preti laici, che sono i peggiori). Ci possono confortare per poco, ma il guaio è che, una volta tornati ai problemi di sempre, noi non sappiamo usare quelle buone parole, e ci sentiamo soli, con il rischio di diventare anche un po’ scettici, disillusi. Tante belle parole, e poi?

A me il sorriso del Papa, che parla ai reali di Giordania esattamente come parlerebbe a un Cardinale o a uno studente che gli ha lasciato il numero di telefono, mette una paura nuova e bella, come quella che dovette assalire Pietro e gli altri quando Gesù, destatosi dal breve sonno sulla barca, placò la tempesta che li terrorizzava; ma, prima di placarla, amorevolmente, li chiamò “uomini di poca fede”. 

E’ un sorriso, una presenza che fa compagnia, e ci aiuta a trasformare i guai e i dolori in altrettante “prove”: segni, cioè, non dell’abbandono di Dio ma, al contrario, della Sua vicinanza testarda e non certo tranquillizzante. Non c’è infatti nulla di tranquillizzante all’idea che ogni nostra parola, gesto o pensiero, anche futile, stiano davanti all’Eterno e si misurino con esso, anche quando l’Eterno sembra dormire. 

Eppure, in tutta onestà: una volta compreso questo, possiamo desiderare qualcos’altro? Cosa potremo preferire a questa inquietudine?

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