L’educazione che fa crescere il Pil

- Fernando De Haro

La discussione su come uscire dalla crisi cominciata nel 2008 presenta alcuni aspetti simili a quelli usati da John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek, due geni economici del Novecento

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Ben Bernanke (Infophoto)

Le elezioni che si terranno tra poche settimane in Germania ci possono far pensare di essere tornati agli anni ‘30 del secolo scorso. Non perché ci sia la minaccia dei totalitarismi, ma per via del dibattito sulle politiche economiche da mettere in atto per evitare che l’Occidente resti definitivamente escluso dall’asse di sviluppo rappresentato in questo momento dall’Asia che si affaccia sul Pacifico. La discussione su come uscire dalla crisi cominciata nel 2008 presenta alcuni aspetti simili a quelli usati da John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek, i due grandi geni economici del XX secolo, prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Rileggere alcuni loro testi programmatici – come ha fatto il giornalista del The Times Nicholas Wapshott nel suo libro “Keynes o Hayek. Lo scontro che ha definito l’economia moderna”mostra fino a che punto arriva questa similitudine.

Semplificando molto, potremmo dire che le soluzioni adottate da George W. Bush e Barack Obama corrispondono alle ricette indicate dall’economista di Cambridge. Keynes sosteneva, infatti, che per evitare la disoccupazione fosse necessario un deciso intervento pubblico: non ci sono tassi di interesse naturali che devono essere rispettatati per mantenere l’equilibrio tra risparmio e investimenti; occorre incoraggiare i consumi e gli investimenti con denaro a buon mercato e spesa pubblica, senza timori di inflazione.

Il sistema monetario è cambiato molto da allora e gli americani non hanno avviato programmi di realizzazione di opere pubbliche come chiedeva Keynes. Tuttavia, la Federal Reserve, in linea coi suoi obiettivi, sta applicando una politica monetaria espansiva, a differenza di quanto fece in un primo momento dopo la crisi del ’29, tanto che si potrebbe dire che ha “stampato moneta”. Gli strumenti di politica monetaria sono diventati così sofisticati che quando i tecnici li spiegano riescono a comprenderli solo coloro che hanno una buona formazione matematica.

La massiccia iniezione di denaro nel sistema ha permesso all’economia americana di crescere, ma il tasso di disoccupazione resta ancora alto rispetto a quello cui gli Usa sono abituati, anche se non a livelli tragici. I programmi di “stampa” di moneta sono così importanti che quando recentemente il Presidente della Fed, Ben Bernanke, ha parlato di una loro possibile e graduale cessazione, a Wall Street è scattato il panico. Questa reazione è servita ai seguaci di Hayek per spiegare che un intervento che sostiene artificialmente il rapporto tra risparmio, investimenti e consumi finisce per diventare dannoso: se gli Usa vanno nel panico per la fine degli aiuti è perché non si ritengono capaci di competere in condizioni normali.

Con tutte le differenze del caso, Angela Merkel, che si presenterà presto alle urne, ha rappresentato la posizione di Hayek: politiche di tagli per ridurre il deficit e fedeltà della Bce al suo statuto, per cui l’obiettivo è controllare l’inflazione e non creare occupazione. Stiamo ovviamente facendo una caricatura, ma la realtà non è tanto diversa. Alcuni programmi di aiuto ci sono stati, ma non tanto forti. L’anno scorso Mario Draghi ha sostenuto il debito pubblico dei paesi del sud, salvando così l’euro. Ma non è stato fatto nulla che potesse svegliare il fantasma della salita dei prezzi, lo spettro che aveva terrorizzato Hayek nell’Austria del primo dopoguerra e che aleggia nel subconscio degli elettori della Merkel che non vogliono vedere i loro risparmi erosi dall’inflazione.

“Le banche centrali, specialmente negli Stati Uniti, hanno fatto sforzi per contrastare la depressione mediante una politica di espansione del credito, con il risultato di aver prolungato la depressione”. Questa frase è di Hayek, ma potrebbe essere di un consigliere della Cancelliera tedesca. Il fatto è che questa profezia, nella crisi attuale, non si è avverata. E gli Usa crescono, mentre l’Europa no. Gli Usa hanno saputo combattere la disoccupazione, l’Europa no. Gli Usa continuano a contare, anche se un po’ meno di prima, l’Europa perde rapidamente protagonismo.

Al momento sembra che Keynes vinca su Hayek. Anche se quest’ultimo si è imposto su un tema che forse è più decisivo delle politiche monetarie e di spesa. Gli Stati Uniti, a differenza dell’Europa, sono riusciti a non essere più parte di un Occidente marginale, grazie alle iniezioni di denaro, ma anche grazie a una capacità di innovazione e di iniziativa che è stata persa in buona parte del Vecchio Continente.

È una questione culturale: scegliere la lamentela o la voglia di ricominciare. Hayek ha sempre fatto affidamento sul valore di questa iniziativa: per ricominciare, per generare una novità che sia competitiva, occorre una grande passione per la realtà e la semplicità di voler imparare. Come sempre, si torna al grande tema dell’educazione.

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