Sull’amore

- Pierluigi Colognesi

Si può sentir discutere di amore, approfondirne le diverse teorie, persino commuoversi per una frase, un quadro o una musica, senza che mai il proprio io sia coinvolto. PIGI COLOGNESI

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Michelangelo, Giudizio Universale, Cappella Sistina (Particolare) (Immagine dal web)

Mi auguro che almeno alcune delle quasi duecentomila persone che hanno partecipato al “festivalfilosofia” di Modena Carpi Sassuolo, che si è svolto nel fine settimana, ne abbiano trovato giovamento. Il tema era estremamente impegnativo: l’amore. Ne hanno parlato filosofi, sociologi, psicologi e teologi; lo hanno cantato, messo in scena ed esposto musicisti, teatranti e artisti vari. Sicuramente l’enorme mole di sollecitazioni, spunti di riflessione, ipotesi interpretative non può essere servita a chi ha partecipato al festival perché fa chic ed è oramai un appuntamento che non si può mancare, pena non saper di cosa discutere negli intelligenti salotti invernali.

Forse è stato utile a tutti coloro che vi si sono recati con autentica curiosità, col desiderio di capirci di più sulla parola del titolo, da millenni al centro dell’umana attenzione e da altrettanto tempo illuminata – e confusa – da interpretazioni che più diverse non si potrebbe: dal riduzionismo fisiologico al più astratto filosofismo. Ma proprio qui sta il punto: è possibile che io capisca qualcosa di un tema così importante – e questo lo so da me, anche senza mai aver letto sull’argomento neppure una riga – per il semplice fatto che senta qualcun altro che ne parla? C’è un possibile, grave, equivoco che soggiace a questo tipo di incontri: si può tranquillamente sentir discutere di amore, approfondirne le diverse teorie, persino commuoversi per una frase, un quadro o una musica, senza che mai il proprio «io» sia realmente coinvolto.

Non è colpa degli organizzatori, sia chiaro; il fatto è che un principio basilare della cultura moderna afferma che conoscere significa sostanzialmente imbattersi con delle idee o dei sentimenti, vagliarli ed eventualmente trarne qualche conclusione operativa. John Waters, riflettendo sul titolo dello scorso Meeting, ha detto che “noi siamo giunti a pensare a noi stessi come terze persone”.

Andiamo a sentir discorrere di amore e pensiamo di potercela cavare paragonando diverse opinioni o facendo la graduatoria delle emozioni suscitate. Ma in simile operazione io mi tratto esattamente da “terza persona”, da oggetto. Ed invece conosco solo se ho il coraggio di guardarmi dentro, di scandagliare le dimensioni del mio io. In tal senso dell’amore io so bene, anzitutto, che è qualcosa che ho ricevuto, un dato. Non saprei neppure di cosa si stia parlando se non avessi l’esperienza di tale dono. Ed è la bellezza del dono che accende il desiderio che io possa gioirne ancora.  

Non sto – in contraddizione con quanto appena detto – facendo una mia minuscola e veloce teoria dell’amore; sto cercando di dire che sulle parole importanti della vita non è possibile partire da quello che ne pensano altri, come se io fossi, appunto, una terza persona che si possa analizzare dall’esterno. È proprio questo l’inganno della cultura presuntamente scientifico-obiettiva, la quale ha costruito il confortevole bunker di cui ha parlato Waters. Bunker dove posso gingillarmi con idee à la page o eccitanti sentimenti; tutti però prodotti da me in reazione a quelli proposti da altri. Senza mai il sussulto provocato da una sorpresa: sono amato gratuitamente e, perciò, posso amare.

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