A che serve lavorare?

- Gianmaria Martini

Papa Francesco, nella sua visita al santuario di Bonaria, ha toccato il tema del lavoro. Bergoglioè andato dove il problema è più sentito. GIANMARIA MARTINI

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La visita di papa Francesco al bellissimo Santuario di Nostra Signora di Bonaria di Cagliari è stata una grande occasione per rimettere al centro del dibattito il problema del lavoro. È molto significativo che questo sia avvenuto proprio in questo Santuario. La nascita del Santuario dedicato alla Madonna di Bonaria a Cagliari è infatti un frutto del lavoro. Nel 1300 stavano lavorando in mare i marinai della Catalogna, quando furono colti da una tempesta e decisero di gettare in mare tutto il carico, tra cui una pesante cassa di legno. 

Appena questa fu gettata in mare la tempesta si placò. La cassa approdò a Cagliari sotto il colle di Bonaria: apertala, si scoprì che il suo contenuto era una statua rimasta intatta della Madonna con in braccio il Bambin Gesù. Da allora fu oggetto di devozione in tutta la Sardegna, ed è protettrice dei marinai. Questi prima di prendere il mare si recavano a pregare dalla Madonna di Bonaria. Alcuni secoli più tardi un gruppo di marinai sardi prese parte alle spedizioni spagnole verso le Americhe e giunti in una nuova terra aprirono una disputa con gli ufficiali spagnoli per dare il nome alla nuova città. Fu trovato un compromesso che portò ad un nome lunghissimo: Ciudad del Espíritu Santo y Puerto Santa María del Buen Ayre. Buen Ayre, ossia Bonaria, parte del nome voluto dai marinai sardi. La popolazione locale abbreviò poi il nome in Buenos Aires. 

Questo legame tra la grande metropoli argentina e il Santuario di Bonaria ha portato Papa Francesco a Cagliari. La storia spiega la ragione della visita ma permette anche di approfondire quanto ha detto il Papa sulla questione del lavoro. In particolare tre sono i punti principali richiamati da Francesco: 1) la mancanza del lavoro fa venir meno la dignità dell’uomo; 2) avere come scopo ultimo del fare impresa il profitto porta ad una cultura dello scarto, per cui chi non è più funzionale ad esso viene eliminato; 3) per ridare la dignità del lavoro a tutti coloro che lo cercano e ridimensionare il profitto da scopo ultimo dell’impresa ad indicatore dello suo stato di salute occorre un sistema economico “giusto”. 

La storia del Santuario di Bonaria illustra bene cosa significa che senza lavoro non c’è nell’uomo dignità. Lo scopo del lavoro è costruire, lasciare un segno anche piccolo su questa terra: per molti di noi significa far crescere i figli, permettere a loro di studiare e il formarsi pieno della loro personalità; significa collaborare con la propria professionalità a far crescere durante il tempo libero opere che rispondono ai bisogni della comunità locale in cui siamo inseriti; significa pensare a chi magari non conosceremo mai direttamente perché vive in un’altra parte del mondo e che non può vivere come viviamo noi e quindi rinunciare a qualcosa di ciò che abbiamo per darlo a loro.  

Significa anche collaborare a costruire cose grandi, magari in modo imprevedibile come per i marinai che hanno portato alla nascita del Santuario di Bonaria. Stavano lavorando mentre sono stati colti dalla tempesta. Per preservare una bene di valore enorme rispetto al denaro hanno buttato a mare tutto il carico. In modo imprevedibile questo ha portato alla costruzione di qualcosa di grande per tante persone, un valore molto più grande del carico che stavano portando. La dignità del lavoro non sta nello stipendio che otteniamo, ma in quello che costruiamo attraverso il lavoro. Per questo la disoccupazione è la prima emergenza: senza lavoro non c’è dignità ed un popolo deve affrontare innanzitutto questo problema quando il lavoro manca. Tutto il resto (il deficit pubblico, lo spread, la riforma elettorale, ecc.) è secondario. E questo è tanto più urgente adesso per i giovani, tra i quali la disoccupazione ha raggiunto livelli impressionanti, in tutte le zone del nostro paese e in tutti i paesi dell’Unione Europea. 

In questo senso è positivo che i governi europei si siano accordati per ridurre la politica di austerità adottata in Europa allo scopo di risolvere il problema dei debiti sovrani, e mettere al primo posto il problema del lavoro per i giovani. In Italia il governo Letta ha adottato provvedimenti che incentivano l’assunzione di giovani; ma l’intervento è ancora troppo rigido. Ad esempio pone dei forti vincoli temporali per poterne beneficiare (occorre essere senza lavoro da almeno sei mesi) che ne limitano l’efficacia. La dignità del lavoro deve porre in posizione primaria di qualsiasi politica economica il lavoro, mettendo in campo tutte le risorse per crearlo e preservarlo. Con politiche attive (che anche incentivano la singola persona nella ricerca e creazione di lavoro) e non passive (che preservano temporaneamente i posti di lavoro in settori in crisi, per i quali ha più senso la flexicurity, ossia un mix di ammortizzatori sociali e di investimenti in capitale umano per aumentare la flessibilità del lavoratore ossia la sua possibile ri-collocazione in altri settori). 

Questo vale anche per chi fa impresa, che non può guardare ai propri lavoratori come strumenti per il profitto e quindi utilizzarli finché rendono. È una responsabilità sociale che viene chiesta a chi fa impresa e non sono positivi gli esempi che utilizzano i lavoratori come strumento di pressione in dispute nazionali di grande rilevanza (pensiamo allo stato d’animo in questi giorni dei lavoratori del gruppo Riva che si sono trovati da un giorno con l’altro con gli impianti chiusi). 

Tutto questo, come ha detto Papa Francesco, ci porta a pensare ad un sistema economico giusto. Questa è la grande sfida per gli economisti. Un sistema economico in cui le imprese non siano orientate al profitto di breve periodo ma siano in grado di sviluppare investimenti e strategie di lungo periodo. La valorizzazione di nuove forze imprenditoriali senza gli ostacoli alla creazione di impresa. La valorizzazione del non profit, incentivando le donazioni. Una finanza e un sistema bancario al servizio dell’economia, e non dei rendimenti sui titoli. E un intervento dello Stato che sia veramente favorevole allo sviluppo, quindi non preoccupato solo di controllare e amministrare, snello, capace di integrare il sistema privato quando non è in grado di affrontare i problemi, anche intervenendo direttamente nell’economia, in modo temporaneo. Questa è la (non facile) sfida lanciata da Papa Francesco.

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