Quei cattolici confusi

- Riro Maniscalco

I politici cattolici Usa sembrano agire e parlare come se il Pontefice non avesse speso una sola parola sull’ipotesi di un intervento armato. L’editoriale di RIRO MANISCALCO

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Avevo un amico che amava dire che ognuno capisce quel che vuole. No, non è che amasse particolarmente questa affermazione, ne era convinto e basta. Niente di nuovo, una specie di parafrasi di una verità che i Vangeli ci ricordano più volte: “Chi ha orecchie per intendere, intenda”. La Conferenza episcopale americana, guidata dal cardinal Dolan, arcivescovo di New York, ha abbracciato in pieno e con vigore il grido di papa Francesco, invitando tutti i credenti ad unirsi in preghiera e digiuno questo sabato 7 settembre per scongiurare un attacco armato in Siria. Vedremo come i cattolici americani, la gente comune, risponderà a questo appello. Implorare quella pace e quella giustizia di cui non siamo capaci. Ci sono un’ottantina di milioni di cattolici in America, ma non è scontato che ad essi corrispondano “160 milioni di orecchie”. 

Per esempio quelle di tanti politici cattolici non sembrano essere particolarmente “attive”, non pare proprio che le parole del papa le abbiano percepite. Pensiamo ai pezzi da novanta dell’amministrazione Obama. Pensiamo a Joe Biden, vice presidente degli Stati Uniti d’America, orgogliosamente al fianco di Barack al momento della conferenza stampa sull’intervento punitivo. Pensiamo a John Kerry, segretario di Stato, che continua ad insistere sulle prove (confutabili, dice il resto del mondo) dell’uso di armi non convenzionali da parte di Assad. Pensiamo a Nancy Pelosi, leader della minoranza alla Camera (perché alla House of Representatives i Democratici sono in minoranza): tutti cattolici dichiarati e tutti in primissima file a sostenere l’urgenza umanitaria di un’azione armata. 

Tra i cattolici repubblicani John Boenher, speaker della Camera, non ha avuto mezzo dubbio: appoggio incondizionato alla proposta del presidente. Molto più cauto Paul Ryan (già candidato alla vicepresidenza con Mitt Romney) e assolutamente contrario Marco Rubio, giovane senatore della Florida e “rising star” del Gop (“Grand Old Party”, i Repubblicani). 

L’aspetto sconsolante che li accomuna tutti è che parlano della guerra (perché attaccarre un popolo sul proprio territorio sovrano è un atto di guerra, checché ne dicano i sofisti dell’interventismo) come parlassero di cavare un dente. Se non lo caviamo – cioè se decidiamo di non intervenire – è perché non ci conviene. Essendo costoro “cattolici” possiamo spudoratamente aggiungere che ne parlano come se il pontefice di Santa Romana Chiesa non avesse detto niente, come se non esistesse. O, come avrebbe detto Cornelio Fabro, se il Papa c’è, non c’entra.

E il popolo dei credenti? Per quel che vedo, per quel che sento mi pare che la situazione sia parecchio diversa da quella dell’Iraq di 10 anni fa. Allora l’onda emotiva – fortissima – dell’11 settembre aveva obnubilato parecchie menti. Adesso non è così. Troppi morti, troppi fallimenti, troppi “reality checks” per credere ancora che le armi possano portare giustizia negli angoli più remoti di questo mondo. 

A differenza di dieci anni fa questa volta tante parrocchie si raccoglieranno in preghiera perché appare drammaticamente chiaro che ha più senso affidarsi ed affidare tutto a Dio che a quelli che ci governano. Gli stessi sondaggi di questi giorni documentano questa pesantezza del cuore e questa grave sfiducia: oltre il 65% degli americani interpellati si dichiara contrario ad azioni di forza. 

E credo che stasera, dopo aver visto quella foto sul New York Times, quel crudo fotogramma che mostra l’esecuzione di soldati siriani da parte dei ribelli, ancora più americani si staranno chiedendo se sono forse quelli “i buoni” che noi andremmo a sostenere. 

Di fronte a questo diffuso senso di smarrimento i cattolici non cercano di far “giustizia”, fanno “sacrificio”. Umilmente offrono quel che possono perché il Padre Eterno dia tregua a quelli che soffrono illuminando i cuori e la mente di chi ci guida, in Siria come in America. 

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