Concretezza, non telenovele

- Giuseppe Frangi

L’altro ieri il papa nei suoi sempre sorprendenti “mattutini” di Santa Marta ha richiamato la parola “concretezza” per definire la caratteristica dell’amore cristiano. GIUSEPPE FRANGI

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Papa Francesco (Infophoto)

“Concretezza” è una magnifica parola. Lo è perché è una parola affidabile, che non esprime intenzioni ma fatti. È un dire che coincide con le cose. Non è un caso che ieri il papa nei suoi abituali e sempre sorprendenti “mattutini” di Santa Marta l’abbia richiamata a ripetizione per definire la caratteristica dell’amore cristiano. «L’amore cristiano ha sempre una qualità: la concretezza», ha detto Francesco. «L’amore cristiano è concreto. Lo stesso Gesù, quando parla dell’amore, ci parla di cose concrete: dare da mangiare agli affamati, visitare gli ammalati e tante cose concrete. L’amore è concreto. La concretezza cristiana». 

Il concetto non poteva essere espresso in modo più chiaro, ma per rendere meglio l’idea il papa ha fatto ricorso ad un’antitesi molto efficace e capace di arrivare “visivamente” a tutti: l’amore cristiano  non è l’amore delle telenovele. 

C’è tanto di Papa Francesco in questa sottolineatura. C’è anche una spiegazione plausibile della straordinaria popolarità che ha conquistato in questi pochi mesi (proprio nei giorni scorsi la Prefettura della Casa pontificia aveva dato i numeri dei primi otto mesi di pontificato: oltre 6 milioni di persone incontrate, viaggi esclusi). È una popolarità che non è frutto di successo mediatico, ma che semmai è frutto di un vero spiazzamento mediatico: perché i media sono statuariamente dalla parte delle telenovele e non della concretezza. 

Invece la mediaticità di Francesco è più forte di quella ondivaga dei media, proprio perché si poggia su una naturale predisposizione a stare sempre sul piano delle cose, a non rifugiarsi mai nei ragionamenti ma a stare sempre alla realtà. Una volta lo si sarebbe chiamato buon senso, oggi è molto di più: è un tornare sempre alla concretezza della vita, alle evidenze di ogni istante, anche le più banali. Il “buon appettito” o il “buonasera” con cui chiude angelus o gli incontri, è come una dichiarazione dell’unico orizzonte su cui gli interessa stare. Che è l’orizzonte in cui il cristianesimo può ogni istante riaccadere. Dentro il quotidiano, dentro la concretezza delle cose. Fuori di qui, dice il Papa, c’è solo un cristianesimo di illusioni. «È un amore di illusioni, come le illusioni che avevano i discepoli quando, guardando Gesù, credevano che fosse un fantasma».

La concretezza lo porta a scappare via da ogni retorica e a constatare ad esempio come da questa tentazione all’illusione nessuno sia esente, neppure i discepoli. Anzi dice il Papa, proprio loro sono i primi a cascarci «e a pensare che amare sia figurarsi le cose». 

E sottolinea con molta libertà: «Avevano il cuore chiuso e non capivano niente». Invece Gesù ha sempre un criterio diverso ben preciso per non cadere in inganno: «amare con le opere e non con le parole». «Le parole le porta via il vento!», sottolinea Francesco. 

Sempre all’insegna di questa concretezza che non risparmia niente ma che apre sempre a tutti, due giorni fa invece aveva ricordato che noi siamo proprio come i discepoli e che il nostro cuore è «come una strada, dove passano tutti». Per cui si deve essere scaltri e saper sempre discernere da chi e da dove vengono le cose che ci palesano davanti. «Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito; mettete alla prova gli spiriti», ha detto Francesco. Concretissimo sempre. Impaurito mai.

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