Di chi è la colpa?

Un Paese economicamente e moralmente a pezzi: di chi è la colpa? FEDERICO PICHETTO si interroga su come ci nascondiamo alle nostre responsabilità e alla realtà

17.01.2014 - Federico Pichetto
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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1601) (Immagine d'archivio)

Che cosa sta succedendo in questo maledetto paese? Parafrasando il pensiero dell’Innominato non sono pochi i momenti in cui questa frase viene alla mente. La divisione pubblica del mondo cattolico, con un gruppetto agguerrito in polemica perfino col Papa, la schizofrenia della politica che vuole riforme e cambiamenti, ma che opera quotidianamente per logorare il governo e limitarne l’agibilità, le tragedie che si succedono una dopo l’altra dentro un numero sempre più crescente di famiglie, con motivazioni economiche ma – soprattutto – con malesseri esistenziali enormi vissuti in solitudine, e le storie dei singoli che vengono usate per chiedere o per arginare supposti diritti, alla faccia del bene comune. Ma si può andare avanti così?

Davvero questo treno pazzo in corsa contro il Monte Bianco, il nostro paese – l’Italia – pensa che questo andazzo sia normale e che passata la crisi, o giunte le mitiche “elezioni”, tutto cambierà? Ancora una volta il nostro popolo sembra pronto a cadere in trappola e ad affidarsi all’ennesimo Messia per evitare la fatica di cambiare. È una storia già vista, già conosciuta. Una storia che lascia sul suolo nazionale sempre più miseria e sempre meno nobiltà. Una storia che, a turno, fa comodo recitare a tutti. Perché a nessuno – ammettiamolo – piace davvero mettersi in discussione.

Eppure i processi che ci hanno portato a questo punto sono abbastanza evidenti, sono lì – sotto gli occhi di tutti. Il primo processo si chiama deresponsabilizzazione. Al di là della parola altisonante, si tratta di quell’attitudine che esercitiamo in molti fin dal primo mattino e che si declina secondo quattro verbi tutt’altro che sconosciuti: negare, giustificare, esagerare, minimizzare. Noi neghiamo la realtà, neghiamo le cose come stanno, neghiamo le nostre stesse azioni: la colpa non è mai nostra, è sempre di un altro, “degli altri”, “dello Stato”. Oppure giustifichiamo tutto quello che ci pare possa tornarci utile: un giorno giustifichiamo chi ammazza, l’altro giorno chi insulta, il giorno dopo ancora chi ruba o chi tradisce. Tutto può essere giustificato: basta che convenga. 

Poi esageriamo. Le nostre giornate diventano delle imprese epiche, i nostri dolori dei melodrammi, il nostro lavoro un inferno. Dove c’è fatica parliamo di guerra e dove c’è attrazione passiamo subito all’amore. A volte invece minimizziamo: “Che cosa vuoi che sia? Lo fanno tutti! Non essere moralista. E tu, per una roba del genere, vorresti dire che io sono un delinquente?” Tutto può essere manipolato. L’importante è evitare, accuratamente, il rapporto con la realtà pura, nuda, quella che ti entra dentro e squarcia il tuo Io, quella che ti fa ammettere – senza attenuanti – che “Sì, è anche colpa mia”. 

La deresponsabilizzazione non funzionerebbe se non avesse, come partner, la “iper-responsabilizzazione” dell’altro, dei suoi vizi, dei suoi difetti, dei suoi peccati. Siamo bravi a diventare puri, ad assegnarci “cinque stelle” come ai migliori alberghi. Ma siamo pessimi quando si tratta di sporcarci le mani, di stare zitti, di lavorare sodo.

Il vero male oscuro che inquina il nostro paese è però un alto, è la presunzione. All’inizio si manifesta come biasimo contro “quelli”, contro gli altri che dovrebbero e non fanno, che potrebbero e non dicono. Poi diventa “divisione” tra noi e loro, tra la loro condotta e la nostra, il loro pensiero e il mio. È a quel punto che scatta la “proiezione”, le analisi scientifiche per attribuire all’altro difetti congeniti, strutturali, per farlo diventare ai nostri occhi il vero “cattivo”. Giunti a questo stadio la nostra presunzione è totalmente giustificabile e può diventare azione: censura, irrisione, violenza, eliminazione morale e fisica. Siamo autorizzati. Ci sentiamo forti. E tutto perché non vogliamo ammettere che quello che l’altro ci ha fatto, quello che nell’altro abbiamo biasimato, altro non era che puro e semplice dolore.

Quando fuggiamo dalla realtà perdiamo ogni responsabilità. Quando fuggiamo dal dolore perdiamo il senso della misura, il gusto del presente. Resta solo la nostra rabbia e la nostra giustizia. Resta il nostro Io. Privo di un popolo, privo di una comunità. In guerra con la comunità stessa. È allora che emerge il branco. Puoi chiamarlo movimento, puoi chiamarlo partito, puoi chiamarlo associazione. Ma è sempre un branco con la bava alla bocca. Desideroso di vedersi riconfermato e bramoso di essere protetto dal Lui, il Dio del nostro tempo, lo Stato.

E’ Lui che deve farci giustizia, Lui che deve darci i nostri diritti, Lui che deve riconoscere la nostra esistenza. Lui ha preso il posto di nostro Padre. Già, proprio così: tutta la nostra rabbia e la nostra fuga nascono semplicemente da questo, dall’inconfessabile verità che sottende a tutta la nostra vita, siamo orfani. Ci sentiamo –  banalmente – “orfani”. Chiediamo libertà perché non siamo più liberi. Chiediamo rigore e severità perché non sappiamo più perdonare. Chiediamo che il nostro paese ci serva perché non sappiamo più vivere che per noi stessi. Non importa dietro quali risultati o opere ci nascondiamo: è il nostro cuore che non è lieto. E si vede. È il nostro cuore che ha bisogno di un Padre. E si sente. Qui la psicologia o la nostra biografia c’entrano davvero poco. Ci siamo noi. C’è la realtà. E c’è tutto questo abisso, che ognuno si porta dentro, e che chiede soltanto – semplicemente – amore.

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