Quale mediazione tra religione e politica?

È tornata, anche se in realtà non era mai sparita, una delle polemiche più comuni in qualunque democrazia e che riguarda il rapporto tra religione e politica. FERNANDO DE HARO

30.01.2014 - Fernando De Haro
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È tornata, anche se in realtà non era mai sparita, una delle polemiche più comuni in qualunque democrazia, che si può sintetizzare in una domanda: può una legge dello Stato moderno riflettere una particolare concezione morale, finanche un’esperienza religiosa? La novità è che dalle pagine de El Pais, il quotidiano più laico della Spagna, è stata data una risposta affermativa. Ma cominciamo dall’inizio. Il nuovo disegno di legge sull’aborto è stato accusato di essere “ideologico” dalla sinistra e da una certa parte della destra: lo spettro del nazionalcattolicesimo aleggia nuovamente tra i corridoi della vita pubblica spagnola. Secondo questa visione, se si protegge di più la vita del nascituro è perché si legifera a partire da un sistema di idee e di valori, in questo caso appartenenti a cristiani che non hanno capito che il franchismo non c’è più.

L’avvocato José María Rodríguez, in un articolo intitolato “Come si fanno le leggi?” pubblicato su El Pais alcuni giorni fa, spiegava che le critiche si basano su un postulato falso. Nelle democrazie tutte le norme si basano su una determinata concezione morale. E rifacendosi ad Habermas spiegava che i “cittadini religiosi” possono far sentire la propria voce nel dibattito pubblico senza mettere da parte la propria identità. Ciò che è necessario, aggiungeva, è che morale e religione non ricorrano a “un’etica derivata direttamente dalla tradizione storica”, ma da un “razionalismo riflessivo”. Rodrigo Tena, altro giurista che è nella direzione del partito Unione, Progresso e Democrazia (Upyd), sempre su El Pais non nega che le leggi debbano rispondere a una concezione morale, ma sostiene che è più “pratica” una legge sull’aborto che faccia riferimento ai termini temporali piuttosto che alle fattispecie.

In ogni caso il dibattito resta sul tavolo, si riferisce a una questione che non è stata ancora superata. È logico che in Spagna si abbia paura di quella che Borghesi chiama la “teologia politica”. Per un certo tempo la dittatura si è alimentata con una delle tante forme di identificazione tra politica e religione costruite durante il XX secolo. Permane sempre questa tentazione, che in realtà è una secolarizzazione della vera religiosità. La mancanza di distinzione tra sacro e profano, l’uso della religione per attività politica è qualcosa che è ancora vivo tra noi. Se ne sentiva l’odore in alcuni guru di Bush, nei neocon, e ora è facile riconoscerne i tratti tanto in un certo occidentalismo, quanto nel jihadismo o nell’induismo nazionalista che forse tornerà al governo in India.

Il cattolicesimo fedele alle sue origini non ha niente a che vedere con una simile mancanza di distinzione. Benedetto XVI lo ha chiarito nel suo discorso al Bundestag nel settembre del 2011: “Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, maiun ordinamento giuridico derivante da una rivelazione”.

Accanto alla minaccia della teologia politica troviamo, all’altro estremo (per questo si toccano), il dualismo. Secondo questa posizione, la ragione politica e quella religiosa (la fede) non dovrebbero mai incrociarsi: sono due sfere autonome. È la “soluzione” che in molti hanno adottato prima e dopo la transizione alla democrazia. Non è un caso che tanto la sinistra quanto la destra cattolica allora fecero una certa lettura di Maritain che giustificava la “privatizzazione” dell’esperienza cristiana. L’unico apporto che i cattolici potevano dare sia al nuovo Stato che sorgeva in quegli anni, sia alla vita sociale doveva essere basato sulla mediazione dell’etica: in alcuni valori, cioè, che “per forza” dovevano avere un’origine anonima.

In termini negativi le riduzioni sembrano chiare. Si può dire qualcosa in positivo? Il Papa emerito, sempre in quell’occasione nel 2011, ha fornito indicazioni precise: il cristianesimo ha sempre “rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto”. Parlava non di una ragione positivista e funzionale (l’immagine del bunker), ma di una ragione “aperta al linguaggio dell’essere”. La conoscenza che scopre le leggi della natura e che costruisce la convivenza è la stessa che riconosce il Creatore e che aderisce al Mistero fatto carne.

Non si tratta di dividere i compiti tra fede e ragione, né di definire fino a dove arriva ciascuna. È una questione di circolarità, per questo il punto chiave è fare esperienza del fatto che la ragione può essere sanata e ampliata dal cristianesimo, di modo che si trasformi in una maggior comprensione della realtà: per capire quel che è giusto e sbagliato, per offrire un modo più umano di intendere il diritto, le leggi e ordinare la convivenza.

Questa ragione compare nello spazio pubblico senza privilegi o sostegni di una qualche autorità estranea al gioco democratico. Si sottomette al tribunale della vita, l’esame non è percepito come un attacco, ma come una provocazione positiva. Parliamo della provocazione che percorre la modernità e che è servita per purificare la fede di molti credenti. È così che si è cementificata la migliore tradizione europea che in modo faticoso ha costruito una laicità positiva e una concezione dei diritti umani che è espressione della dignità della persona.

In definitiva, la “mediazione” tra religione e politica non è nell’etica, che sarà sempre una conseguenza. La mediazione è nella persona, nell’io, che per forza è comunitario. È in un io che, segnato dalla fede, vive la conoscenza e la costruzione della società come qualcosa di non finito, in un’apertura verso tutti.

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