Volti umani contro l’Isis

- Salvatore Abbruzzese

Per SALVATORE ABBRUZZESE c’è qualcosa di atavico nella contrapposizione tra chi trae dal gruppo la sua legittimazione e chi si oppone a questa barbarie mostrando il proprio volto

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Nel corso del pellegrinaggio a La Mecca, il 3 ottobre scorso, dinanzi a due milioni di musulmani, il gran Mufti saudita ha lanciato l’appello alla lotta contro i militanti dell’Isis, chiedendo che fossero “colpiti con il pugno di ferro”. Quasi in contemporanea, in opposizione alla guerra mossa dal califfato contro l’Occidente e contro l’islam che non condivide la guerra santa, ha cominciato a diffondersi tra i giovani musulmani britannici l’atto del fotografarsi con il cartello “Not in my name”. A Parigi l’assassinio di Hervé Gourdel ha scatenato la reazione della comunità islamica, che ha manifestato pubblicamente presso la grande moschea di Parigi contro l’ennesimo atto di macelleria barbarica del quale si sono resi responsabili i militanti dell’Isis, mentre in tutto il paese ha iniziato a diffondersi il gesto di fotografarsi con il cartello che segnala la propria scelta.

Il rettore della moschea di Bordeaux, Tarek Oubrou, ha dichiarato che con l’Isis “non si è più nella religione, ma semplicemente nell’aberrazione”, mentre Kamel Kabtane, rettore della moschea di Lione, è tra i firmatari dell’appello dei musulmani di Francia, dove si condanna “un’ideologia omicida che si nasconde dietro la religione islamica usurpandone il vocabolario”.

Queste reazioni, apparentemente modeste rispetto all’ampiezza delle manifestazioni in uso nelle democrazie occidentali, sono in realtà detentrici di un potere straordinario una volta colte nel loro effettivo contesto. In questa guerra orribile e feroce, nella quale il fronte dei media è altrettanto importante quanto la linea di fuoco effettiva, la guerra è anche contrapposizione di simboli e di gesti. All’essenzialità delle armi in presa diretta si affianca la sostanzialità delle immagini che coscientemente sono veicolate, da una parte e dall’altra. Va allora notato, come nel caso delle foto personali, che siamo di fronte a manifestazioni individuali dove ciascuno si presenta nella propria singolarità, non appare confuso nella massa, non si qualifica in modo indistinto ma, rivendicando il diritto di una presa di posizione personale, parla per sé.

Così come va osservato come, in tutte queste reazioni, i musulmani, mostrando il viso, si espongano al rischio di ritorsioni immediate tanto concrete quanto efferate (si ricordi il caso del regista Theo Van Gogh). Siamo quindi dinanzi a prese di posizione doppiamente importanti, sia perché sono legittimate individualmente, siglando ogni adesione con il proprio volto, sia perché, esponendosi ai rischi di ritorsione, danno la prova piena della loro autenticità.

Lo scontro conosce qui un nuovo scenario mediatico. Da un lato c’è l’immagine diffusa dalla regia Isis, nella quale il prigioniero trucidato in diretta non veicola solamente un messaggio di violenza inaudita, ma proclama il principio in virtù del quale l’uomo da uccidere ha già perso la titolarità della propria stessa umanità e, proprio per questo, può essere soppresso come non-umano. 

Dall’altro c’è il messaggio lanciato dal volto di chi si oppone e lo fa semplicemente mostrandosi: alla negazione dell’umanità fa da contrappeso la riappropriazione del diritto del singolo a presentare, con il proprio volto, il proprio giudizio di condanna. Al militare-carnefice che non vuole essere riconosciuto, si contrappone chi fa dell’essere visto il centro della propria radicale e personale protesta. Ad un atto di barbarie e di negazione dell’umano perpetrato in diretta, mascherandosi, si contrappone chi, proclamando la propria scelta di separazione, fa esattamente l’opposto, mostrando il proprio volto.

C’è qualcosa di atavico e di primordiale in questa contrapposizione tra chi, da un lato, trae dal gruppo la propria legittimazione permettendosi, proprio in virtù di quest’appartenenza, di occultarsi e chi, al contrario, si oppone a questa barbarie mostrando la sola arma della propria individualità, espressa e riassunta nel proprio stesso sguardo.

Questi volti che guardano, arrivando a rischiare la vita per il semplice fatto di mostrarsi individualmente, costituiscono la risposta più efficace e potente verso chi, per colpire, trae la sua legittimazione iscrivendosi invece in una responsabilità collettiva. La contrapposizione è netta e radicale: dinanzi alla barbarie che, attraverso una collettività in armi, sopprime la vita dopo averla negata nella sua stessa umanità, si contrappone la forza di tante individualità, ciascuna con il proprio sguardo e il proprio volto, capace di esprimere una presa di posizione strettamente personale, ma che, proprio per questo, si fa solenne e senza appello.

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