Mosca e Kiev, attesa di salvezza

- Giovanna Parravicini

Il conflitto in Ucraina continua a seminare morti, ma anche la Chiesa in Russia rischia di sprofondare in un conflitto. L’editoriale di GIOVANNA PARRAVICINI

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Immagine di archivio

«Conflitto armato in Ucraina. Volano bombe, granate, proiettili. Alcuni colpiscono chiese, edifici di culto, o ancor peggio la gente. Colpiscono sacerdoti, pastori, credenti. E talvolta delle persone vanno da altre e le prendono prigioniere, le torturano, le uccidono. O le scacciano dagli edifici in cui stanno pregando Dio. Ebbene, se vengono colpiti ortodossi, si tratta della guerra dell’Occidente contro la santa ortodossia. Suoniamo le campane a martello. Se invece ad essere colpiti sono cattolici, uniati o protestanti per mano di “ortodossi”, questo fa parte del paesaggio, o meglio ancora non esiste. Non esiste e basta, sono testimonianze false. E poi, che cosa vengono a fare nel nostro territorio canonico? Abbiamo fatto bene a suonargliele. Tutto questo finirà inevitabilmente per portare i suoi frutti, e saranno frutti molto amari».

Così ha postato alcuni giorni fa, sulla sua pagina fb, uno studioso russo, ortodosso, un biblista, Andrej Desnickij. Non si sente polemica, in queste parole, e neppure rabbia e ostilità, ma un grande dolore. Perché così facendo, rinunciando a porre al centro l’«io» per sostenere degli «schieramenti», mentre il conflitto armato in Ucraina tragicamente continua, la Chiesa in Russia rischia di perdere un’altra guerra, abdicando alla propria autorità morale.

«Nessuna disumanità è più grande del far scomparire l’io: è precisamente questa la disumanità del nostro tempo»: queste parole, pronunciate nel 1992 da don Giussani per identificare il segno di un’«età barbara» che avanzava nella cultura europea, oggi segnano la dolorosa prova vissuta da molti cristiani in Russia, disorientati talvolta dai loro stessi pastori. Non so esattamente a che cosa pensi Desnickij parlando di «frutti molto amari», ma certamente quello che si osserva è un crescente isolamento della Chiesa dalla società, una diffusa sfiducia di potervi attingere una risposta ai problemi della vita.

È quanto ha messo in risalto un recente sondaggio della Fondazione russa «Opinione pubblica» (Obšcestvennoe mnenie): esiste ancora fra i russi, soprattutto fra i giovani, l’aspirazione a cercare un’autorità morale; e almeno un 60 per cento asserisce d’averla trovata, in uomini politici, esponenti del mondo della cultura, scienziati, sportivi. In testa alle classifiche è Putin, con il 36 per cento. Il Patriarca Kirill è invece a uno degli ultimi posti, raccoglie solo l’1 per cento, a pari merito con Stalin. Soltanto un anno fa, io credo, il risultato sarebbe stato ben diverso.

Così pure, mi ha impressionato che alla «marcia della pace», l’imponente manifestazione che il 21 settembre scorso ha visto sfilare a Mosca e in altre città russe centinaia di migliaia di manifestanti in difesa della pace e dell’amicizia con il popolo ucraino, si osservassero solo simboli laici, dalle bandiere agli slogan sugli striscioni: non si è trovata una sola frase di autorità religiose che esortasse a vedere nell’altro un fratello, a perdonare e ad abbracciare il «nemico».

Quasi che libertà, carità, responsabilità, oggi siano virtù solo laiche, e i cristiani abbiano ben poco da dire, se non, forse, difendere un sistema di valori tradizionali, una «lettera» che preclude l’esperienza di un incontro con il corpo sofferente dell’«altro». Eppure, quanti conoscenti, cristiani praticanti, ho incontrato nella fiumana di popolo di tutte le età e ceti sociali che ha voluto compiere un gesto di solidarietà umana e cristiana… 

Proprio in quegli stessi giorni la stampa federale russa ha dedicato più di una pagina a Papa Francesco: a suscitare curiosità, interesse e anche polemiche sono state le parole pronunziate dal Papa a Redipuglia circa la drammatica realtà internazionale e la terza guerra mondiale che «si sta già combattendo a pezzi». Solo raramente viaggi e dichiarazioni dei pontefici sono ripresi dalla stampa russa, ad eccezione di qualche nota di cronaca, e la cosa è certamente da collegarsi all’attuale situazione della Russia e all’ipersensibilità ai temi bellici. Ma è anche indice dell’autorevolezza rivestita dalla figura del Papa, tanto che in questi articoli non mancano accenni più o meno espliciti a possibili soluzioni in cui il Papa e la Santa Sede potrebbero svolgere un ruolo di rilievo; anzi, si ha addirittura l’impressione che alcuni dei testi usciti sulla stampa russa rispecchino un interesse (un mandato?) istituzionale. In parallelo, viene totalmente ignorato qualsiasi riferimento all’esperienza della Chiesa ortodossa russa o di suoi esponenti, confermando tacitamente che in ambito pubblico al Patriarcato di Mosca non è delegata alcuna funzione di dialogo e di intermediazione.

Paradossalmente, quanto sta avvenendo in Russia diventa in qualche modo un interrogativo per i credenti in Occidente, che da persone che si sentono «a posto» in un mondo in degrado, subiscono talvolta la tentazione di desiderare una Chiesa più schierata in difesa dei «valori» che non preoccupata di risvegliare e interpellare l’io di ogni credente, anzi di ogni uomo. Di Papa Francesco, gli analisti russi non hanno accennato a temi cristiani o al magistero pontificio: ne hanno però ripetutamente trattato come di una «personalità», esattamente nel senso in cui don Giussani parla di un «io chiaro e consistente nei suoi fattori costitutivi», e che per questo può diventare un’autorità morale, e riaprire così la speranza anche nel conflitto tra due popoli fratelli slavi. Oppure davanti alle gravi, quasi insormontabili difficoltà che si trova ad affrontare la famiglia. Perché solo «un io autentico è in grado di suscitare in molti un’attesa di salvezza». 

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