Dove sono i miei cari ora?

- Primo Soldi

La festa dei morti è una giornata che scuote la nostra coscienza davanti al mistero più grande della vita. Il pensiero di PRIMO SOLDI mentre ci avviciniamo al 2 novembre

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Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.) (Immagine dal web)

Nelle nostre case mettiamo in bella evidenza il ritratto dei nostri cari defunti; non passiamo mai con indifferenza di fronte ai loro volti, ci rechiamo a pregare davanti alle loro tombe o alle loro ceneri, li onoriamo con i fiori. Anche chi non crede, davanti al mistero della morte sente nella coscienza una voce che gli dice: “Più in là” vai oltre l’apparenza. È proprio “un ermo colle” su cui bisogna incamminarsi, superando la siepe dell’ateismo pratico che da tanta parte esclude lo sguardo dell’ultimo orizzonte.

Questi due giorni sacri, misteriosi, invitano non a mascherarsi, bensì a buttare giù dal volto la maschera dell’ipocrisia e della presunzione, a fermarsi, ad ammirare “interminati spazi” di là da quella siepe del materialismo che tutti soffoca e condiziona. Di fronte al numero incalcolabile dei santi, a questi protagonisti della vita della Chiesa del mondo restiamo in un sovrumano silenzio. 

Camminando poi per i sentieri dei nostri cimiteri è inevitabile chiedersi: Dove sono i miei cari ora? E io che cosa faccio qui al mondo, che senso ha la mia vita? Che cosa conosco di tutto ciò che conosco? “Come il vento odo stormir tra queste piante, io quell’infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno”. La realtà di questi giorni, come suggerisce la stupenda poesia di Leopardi, ci scuote dal nostro solito torpore, e come una frustata di vento  risuonano queste parole: “Quale grande amore ci ha dato il padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente…. Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è” (1Gv. 3, 1-3).

E allora mi sento accompagnare sul colle dell’eterno da una moltitudine di amici che vengono dalla grande tribolazione del mondo, da tutte le regioni del mondo, da tutte le razze, di tutte le età; la Chiesa li indica solennemente come uomini e donne da indicare nella loro umanità, a loro ha dedicato templi, santuari, basiliche. “Si isti et istae cur non ego?” si chiedeva Sant’Agostino. “Isti sunt agni novelli… repleti sunt charitate”, canta un bellissimo inno della liturgia. 

Non li incontri solo nelle chiese, ma vivono accanto a te, in metropolitana, sui banchi della scuola, in carcere detenuti per blasfemia come Asia Bibi, sotto le tende dei campi profughi. Quella voce grida: “Beati, beati, beati… grande è la vostra ricompensa nei cieli”. Basta averne incontrato uno di questi santi e non lo lasci più, lo segui. 

La vita allora è uno splendido cammino come quello che la Chiesa ti indica nel giorno dei santi, in questa età barbarica che avanza per l’oscuramento della percezione del nostro io. Solo l’avvenimento di Cristo rende consistente il nostro io nei suoi fattori costitutivi: il bisogno di una pace che trovi solo nella preghiera, e nella appartenenza a Cristo. Siamo su una strada bella, ed è più bello percorrerla insieme a tanti nostri amici. Questi giorni ci danno una grande gioia e una grande speranza. Ci fanno guardare all’ultimo orizzonte della vita, là dove ogni giorno tutto rinasce dall’amore di Dio per noi.

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