Torneranno i prati

- Pierluigi Colognesi

PIGI COLOGNESI, facendo riferimento al nuovo film di Ermanno Olmi dedicato al massacro della prima guerra mondiale, riflette sul dramma della morte e il desiderio di vivere

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Immagine di archivio

Non ho ancora visto Torneranno i prati, l’ultimo film di Ermanno Olmi uscito nelle sale lo scorso fine settimana. Ho solo letto alcune delle numerose recensioni apparse in occasione della proiezione per la stampa. Vi si parla di un forte atto d’accusa contro la bestialità della guerra, che si collega a quello già precedentemente lanciato dal regista con Il mestiere delle armi. Solo che quella che là era la vicenda individuale di un capitano di ventura colpito a morte dall’allora innovativa palla di cannone, qui è la immane catastrofe di milioni di uomini inghiottiti dalla Prima Guerra Mondiale. Tragedia di popoli che non sanno bene perché debbano andare a morire, popoli che devono eseguire ordini così assolutamente scriteriati da coincidere con la spinta al suicidio collettivo. E si vede bene, allora, quanto la guerra sia una mostruosa macchina che rincorre i suoi obiettivi di potere sacrificando senza scrupoli gli uomini concreti necessari per ottenerli.

Una delle recensioni che ho letto citava, però, nel tentativo di descrivere un ulteriore aspetto della visione di Olmi, la grande poesia di Giuseppe Ungaretti Veglia. Conviene riportarla per intero: «Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore // Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita». Proviamo ad immedesimarci nella scena. La notte sarebbe fatta per riposare, ma questa notte – il gelido 23 dicembre del 1915 – devo vegliare, scrutare nel buio, che già di per sé produce terrore e che ora percepisco pieno di minaccia: forse il nemico si sta avvicinando, forse quello strano ronzio segnala che sta minando la nostra postazione e tra un po’ salteremo in aria. Per di più non ho nessuna compagnia con cui condividere la mia paura; anzi il commilitone giace al mio fianco massacrato e la sua bocca, dalla quale sarebbero potute uscire parole di conforto, è digrignata verso una luna che non risponde. E le sue mani da cui mi aspetterei una pacca di incoraggiamento o che mi allungassero un sigaretta per smorzare la tensione, quelle mani rovistano dentro il mio atterrito silenzio e lo rendono ancora più cupo.

Eppure io scrivo lettere d’amore; magari non arriveranno mai, ma io proprio adesso ho bisogno di un’altra notte in cui mi sia vicina colei che amo, colei che abbia una bocca non devastata da un ghigno ma dolcemente prodiga di baci, colei che abbia mani non che frugano nell’ansia ma che accarezzino il cuore riscaldandolo.

È la più primitiva e radicale risposta all’orrore della guerra ed ha una ragione inoppugnabile: «Non sono mai stato tanto attaccato alla vita»; non mi è mai stato tanto chiaro che a dispetto di tutto voglio vivere, sono fatto per vivere. E se gli «empi» come dice il biblico libro della Sapienza «cercano la morte» – magari la mia stessa morte per assecondare i loro piani – io sto dalla parte della vita dalla parte di chi, del mistero che incombe su questa notte di veglia, dice: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra». Ecco perché dal gelo interiore ed esterno di una trincea può alzarsi il grido di speranza: «Torneranno i prati».

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