Il senso della pioggia

- Pierluigi Colognesi

Che senso possiamo trarre dalla pioggia che ha investito l’Italia? Ci ricorda la precarietà del nostro essere nel mondo della natura, ma anche la nostra irresponsabilità. PIGI COLOGNESI

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Foto Infophoto

Piove, piove, piove. E poi piove ancora. All’inizio era solo la seccatura di aver dimenticato l’ombrello e di non sapere come ripararsi. Poi è diventato il fastidio di dover camminare tra pozzanghere sempre più grandi, di guidare nel traffico bloccato o di ricevere sul parabrezza un’improvvisa ondata d’acqua che ti fa sbandare. Poi la preoccupazione ansiosa che se va avanti così succederà qualcosa di brutto. E infatti i fiumi impazziscono, escono dagli argini mal fatti e invadono scantinati e piani bassi, annegano sottopassaggi, strade e cortili, trascinano alberi sradicati, cassonetti della spazzatura, automobili con furia inarrestabile. E da molte parti la tragedia di qualcuno che perde non solo i suoi beni, ma la vita. 

Intanto — magari dopo la pausa di qualche ora — continua a piovere. Allora nasce la paura che potrebbe non smettere più e da un fondo antichissimo risale in noi la terribile memoria del diluvio universale, quello da cui si salvarono solamente la famiglia di Noè e le coppie di animali che era riuscito a stipare nell’arca.

Probabilmente neanche questa volta riaccadrà quell’evento catastrofico, ce la caveremo. E comprensibilmente — persino giustamente — cercheremo di scoprire le responsabilità di quel che è successo: la miope amministrazione comunale che non ha previsto canali di scolmo per le acque, i governanti che non hanno curato il dissesto idrogeologico, i magistrati che hanno tenuto bloccate le opere necessarie, i semplici maleducati che buttano nei fossi tutto quello di cui vogliono disfarsi ostruendo il corso dell’acqua. Tutte cose giuste, ma — si spera — non sufficienti a cancellare quel momento vertiginoso in cui abbiamo scoperto che la natura ha una incontrollata potenza che inesorabilmente evidenzia la nostra piccolezza effimera. 

L’ha scritto Eliot nel terzo dei suoi Quattro quartetti evocando il grande fiume della sua infanzia, il Mississippi: «Io non so gran che degli dei; ma penso che il fiume / sia un forte dio bruno, – scontroso, indomito e intrattabile, / paziente fino a un certo punto, dapprima, riconosciuto come una frontiera; / utile, senza fidarsene troppo, come veicolo di commerci; / e poi solo un problema per i costruttori di ponti. / Una volta risolto il problema, il dio bruno è quasi dimenticato / dagli abitanti della città, – ma sempre, tuttavia, implacabile. / Fedele alle sue stagioni e alle sue furie, distruttore, ricorda / agli uomini ciò ch’essi preferiscono dimenticare».

Il fatto poi che gli uomini intervengano scriteriatamente sul naturale scorrere delle acque non fa che moltiplicare enormemente il problema. Ad esempio la Neva incanalata nei navigli che abbelliscono San Pietroburgo fa innalzare a Puškin un inno alla nuova capitale russa edificata dallo zar Pietro il Grande: «T’amo, creatura di Pietro, / amo il tuo grave ed armonioso aspetto, / il regale corso della Neva, /delle sue rive di granito» (Il cavaliere di bronzo). Ma tra quelle rive troppo strette il fiume non può dormire placido. Anzi: «Il tempo più e più imperversando, / la Neva si gonfiò e muggì, / come caldaia bollendo e fumando, / e d’un tratto, qual fiera scatenandosi, / si gettò sulla città. Davanti a lei / tutto fuggiva; tutto, intorno, / d’un tratto fu deserto […] Assedio! assalto! i mali flutti / entrano come ladri dalle finestre».

Come ladri ci ricordano la precarietà del nostro essere nel mondo della natura. E l’irresponsabilità con la quale assecondiamo il suo lato distruttivo. 

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