Ciascuno per sé

- Salvatore Abbruzzese

Napolitano ha lanciato l’allarme contro forme di antagonismo che possono rendersi promotrici di “rotture e violenza di intensità forse mai vista prima”. SALVATORE ABBRUZZESE

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Giorgio Napolitano (Infophoto)

C’è un’eccedenza del male, un fanatismo e un antagonismo, che non sembrano avere radici né ragioni per consentirci di comprendere la violenza di cui i diversi gruppi estremisti danno prova. Chi per anni si è impegnato a rintracciare dietro ad ogni gesto di protesta, soprattutto la più estrema, l’espressione di un disagio reale, è portato spesso a sottodimensionare tutte le forme di protesta e di guerriglia che, apparendo separate da qualsiasi consistente legame con il resto della società nazionale, sembrano destinate a restare localizzate e senza alcun seguito. In effetti, se è vero che alle frange estremiste nostrane in servizio permanente effettivo manca un po’ tutto, dall’analisi reale del presente alla conoscenza adeguata del passato, dal progetto politico alle strategie operative, questa serie di limiti dovrebbe limitarne la potenziale capacità di crescita e quindi di pericolo. 

Eppure — questa è la constatazione essenziale del nostro presidente della Repubblica — accanto alle spinte estremiste provenienti dall’esterno, sono proprio queste diverse forme di antagonismo attualmente operanti che possono rendersi promotrici di “rotture e violenza di intensità forse mai vista prima”. Possono cioè rivelarsi pericolose. Questo tipo di violenza può alimentare delle lacerazioni molto più profonde di quanto non si creda. 

Di fatto è in opera una proliferazione di forme di violenza che né la tradizione democratica, né la fine delle ideologie, né il progresso tecnologico e scientifico, né il potente ed esteso sistema di welfare sono stati in realtà sufficienti ad arrestare. Una tale eccedenza di antagonismo, fondato su “contrapposizioni ideologiche datate e insostenibili” — sono sempre parole di Napolitano — è in realtà tanto più subdola quanto più non si ricollega a quelle periferie dell’esistenza che sono invece le testimoni della “profonda disuguaglianza” che caratterizza la società contemporanea. 

È in atto una crescente segmentazione dei gruppi sociali, dove le distanze si fanno sempre più consistenti e i canali di mobilità sociale sembrano essersi del tutto esauriti. Siamo una società molto più debole di quanto non si creda. E non tanto perché i nostri servizi di intelligence sembrano far fatica a rintracciare estremisti e schivare attentati. Ma soprattutto perché la percezione della disuguaglianza è costantemente alimentata dall’assenza di progetti e di vie d’uscita. Alle spalle della generazione presente, travolta dalla crisi, sorridono ancora le immagini ottimiste di decenni di crescita e di benessere diffuso che non ci si rassegna ad archiviare. Caratterizzata da una coscienza culturale frammentata e da una solidarietà mancata, la generazione attuale ha dinanzi a sé un futuro segnato dall’incertezza, dove le previsioni di uscita dalla crisi sono sempre costantemente riportate all’anno successivo. 

Questa vera e propria spossatezza sociale finisce per toccare le aree più fragili e dolenti della nostra società civile, quelle dove alla perdita del lavoro non fa riscontro nessuna rete di solidarietà sociale o famigliare. 

Quella dove crisi e fallimenti non si stemperano più in reti di solidarietà orizzontale, in gruppi omogenei per provenienza e appartenenza, ma maturano e si lacerano nella solitudine, fino a dare vita ai gesti più inconsulti. 

Ma questa segmentazione sociale tocca anche le frange dell’estremismo politico. Datate nelle proprie parole d’ordine e anacronistiche nelle interpretazioni della realtà, queste frange si caratterizzano anch’esse per la propria separazione dal resto della società, sono un segmento a sé stante, un pianeta autoreferenziale. È proprio in conseguenza dell’assenza di legami significativi con le aree di emarginazione sociale che la deriva violenta finisce per acquisire, paradossalmente, un’autonomia di azione inimmaginabile in un contesto di maggiore coesione sociale, dove ogni gruppo, sentendosi parte integrante di una collettività più vasta, finiva con l’acquisire maggiore responsabilità di gesti e di comportamenti. È proprio per questo mancato raccordo con le marginalità delle periferie reali che la violenza dei diversi gruppi antagonisti si muove in modo assolutamente autonomo e, di fatto, autoreferenziale. 

È la segmentazione sociale, il “ciascun per sé”, che svincola la risposta violenta, il gesto di rabbia, da qualsiasi responsabilità verso un universo sociale più ampio, portando così all’estremo il potenziale dirompente che detiene. Proprio per questo le parole di Napolitano sono rivelatrici e obbligano a prendere in considerazione le nuove forme di una deriva sociale già vista. 

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